Coccinema

"Omicidi, crimini, povertà. Queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome d'un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, poche calorie."
mercoledì, 14 maggio 2008

Visioni successive - She's my Rushmore

rushmoreRushmore è la critica di Wes Anderson alla commedia americana, alle pellicole su di un nerd adolescente e sfigato che ha la sua rivincita sul mondo esibizionista e narcisista dei “belli”, degli inseriti, dei giovani americani sorridenti, iperomogeniezzati, capitani di squadre di football e reginette del ballo. Riflettere su Rushmore mi ha fatto venire in mente “Napoleon Dynamite”: stesso universo scollegato ed emarginato dal resto del mondo, problemi familiari simili (spesso derivati al primo aspetto), strampalati modi di vivere, di esistere e di relazionarsi con il prossimo; poi, malgrado tutto, resurrezione e catarsi finale.

Allo stesso modo, la famiglia che racconta Wes Anderson è la critica al modello tradizionale americano, così come appare in quello specchio illusorio e bugiardo raccontato dal cinema, dalla tv e, soprattutto, dalla pubblicità, perchè forse non c’è niente di più falso della normalità raccontata per tutti i palati. A definire la vita sono le situazione di confine e noi tutti siamo al limite di qualcosa o qualcuno.

Qui, è il linguaggio, come spesso accade nel cinema e nella vita, a fare la differenza. Quando si parla di Wes Anderson si dice spesso che lavora “per sottrazione”. Per ignoranza mia non so cosa questa espressione voglia dire. Non lo so perchè, personalmente, non riesco a vedere in giro nessun altro che “arricchisca” ogni scena come faccia lui, lavorando sulla densità dell’inquadratura, ancorché raccogliendo gli elementi al minimo, sì, ma per dargli maggiore forza, curando qualsiasi dettaglio che possa contribuire a descrivere, delimitare e associare uno stato d’animo. Bill Murray che getta palline da golf in piscina, con il volto più triste e più scoglionato del mondo, è per caso una sottrazione? Forse sì, tutto lì è essenziale ma, meglio, non è forse una feroce addizione visiva di uno stato d’animo interiore che ha una forza unica? Forse per raccontare la depressione basta una piscina, qualche pallina da golf e Bill Murray. Qui si addiziona, non si toglie.

Nella sua destrutturazione della classica commedia a stelle e strisce – da Risky Business a American Pie – Anderson racconta tempi, luoghi, famiglie e musiche a lui care, che ritroveremo in tutti i suoi lavori successivi. Kinks, Cousteau, Pallana, valigie e scale, sì, ok, ma soprattutto l’importanza dei luoghi, il loro essere guscio sicuro ma anche limite. Il treno, la barca, la casa di famiglia, la scuola sono nido protettivo ma anche blocco che impedisce di confrontarsi con il mondo e, dopo questo incontro, crescere. Nella vita di tutti (e soprattutto nell’arte) c’è un confine che va oltrepassato per trovarsi da soli e poter finalmente creare la nostra strada.

Se i fratelli Whitman iniziano a comprendere ed a comprendersi solo dopo aver lasciato il treno, aver abbandonato gli itinerari ed essersi smarriti in India, Max Fischer compie un salto evolutivo solo dopo essere stato cacciato da Rushmore, la prestigiosa scuola che lo ha accolto giovanissimo ed in cui lui trascorre il tempo ad organizzare gruppi di approfondimento e rappresentazioni teatrali piuttosto che a studiare. Che il progresso nella vita si possa raggiungere attraverso il perfezionamento del superfluo è un tema collaterale e potenzialmente dirompente rispetto alle tradizionali strade rappresentate dalla scuole e dalle istituzioni accademiche ingessate e miopi. Ma quel interessa qui sono i personaggi difficili, vicini ad una crisi isterica, abbattuti dalla vita, dalla famiglia e soprattutto dalla malattia e dalla morte – altro argomento sfiorato ma che colpisce come quando all’improvviso Fischer è seduto di fronte alla lapide di sua madre.

Negazione, rifiuto e rimozione (“so che lei è un neurochirurgo” – “sono un barbiere ma molte persone commettono questo errore”) sono alcune chiavi per interpretare Anderson e Rushmore. Non sono una psichiatra e tanto meno un critico cinematografico e quindi non mi dilungo. Quello che amo sono le carrellate laterali, sono il prima e il dopo, sono le reazioni umorali e la loro razionalizzazione; il punto è avere la risposta alla domanda su quali problemi Wes Anderson ha avuto da piccolo (“cosa c’è dentro quella zucca marcia che non funziona mai? Mamma e Papà ti hanno fatto mancare il loro affetto quando eri bambino?”, a Wes sarebbe servito l’istruttore dei marines di kubrichiana memoria) e se il cinema è per lui, quello che per Max Fischer era il teatro: un modo per razionalizzare e venirne fuori da qualsiasi sia il suo ed il nostro problema.

Secondo me, la risposta è sì. O forse 42, ma non ho controllato molto approfonditamente.

 

postato da steutd alle ore 22:24 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: wes anderson, rushmore


lunedì, 05 maggio 2008

Visioni successive – Guardiamo l’itinerario

darjeeling

Chissà cosa è accaduto nella fanciullezza di Wes Anderson per lasciare nel suo cuore e nella sua mente di cineasta una prospettiva così distorta (ma affascinate) della famiglia. Il treno per Darjeeling è ancora una volta un viaggio, in tutti i sensi, in vite sradicate dal nido domestico da genitori in fuga o scomparsi improvvisamente, che lasciano i figli a confrontarsi con il vuoto spirituale approssimativamente (ed insufficientemente) colmato dai beni materiali. Ne I Tenenbaum  il mezzo del viaggio era la casa; in Steve Zissou la barca, qui c’è il treno del titolo.

Il treno per Darjeeling corre per raggiungere una meta che non conosciamo e l’unico obiettivo dei tre riccastri giovinastri americani è godere di una spiritualità da supermercato, prendere tutto quello che è possibile in mezz’ora di meditazione d’accatto, scappare da qualcosa di indefinito che ci insegue nella notte come una tigre sulle montagne dell’Himalaya e allontanare il più possibile una paternità rifiutata (ancora il complesso rapporto genitori – figli).

I nostri “eroi” saranno cacciati dal treno insieme all’ingombrante bagaglio di otto valigie, eredità paterna (che tanto mi ricordano il pulmino di Little miss Sunshine, ma non so perché), ed allora sì, fuori dalle rotaie e perdendosi, troveranno il vero significato del loro viaggio, la catarsi, l’accettazione della morte e l’incontro tanto atteso con la madre fuggitiva.

Ci sono così tanti spunti e stimoli nel film di Wes Anderson che chi scrive, francamente, si sente sopraffatto come i miei occhi, che in qualche momento del film stavano per cedere alla commozione. Innanzitutto stupisce il modo in cui la cinepresa racconta: è il vero cuore della pellicola, l’unica forza unificante che riesce a tenere insieme la ricchezza creativa dello script; accelerare, rallentare, spostarsi repentinamente di 180° come farebbe l’occhio umano, zoommare, per Anderson sono il sale della regia e della vita.

Colpisce la scelta altamiana dell’attesa nella notte che unifica tutti i personaggi, umani ed animali (ed anche qui ancora una figura retorica ricorrente del cinema di Anderson, le bestie feroci che ci attendono nel buio di una foresta o nelle profondità marine, come in Hemingway).

Stordisce la complessità dei rapporti fraterni tra i tre protagonisti: Francis (uno strepitoso Owen Wilson le cui ferite sulla scena forse sono state solo una triste anticipazione di quelle personali dell’attore) che, scopriremo in corso d’opera, gioca a fare la madre organizzatrice del tempo dei fratelli e dispensatore di piccole gioie e dure punizioni; Peter (Adrien Brody), probabilmente il più interessante, che fugge dalla futura paternità; Jack (Jason Schwartzman) che rincorre le sue pulsioni sessuali e insegue una donna problematica che scappa da lui come fece del resto sua madre. Tutti ripropongono nella loro esistenza i conflitti e le ferite della vita familiare.

Al di là di queste piccole lezioni degne della posta di Natalia Aspesi, resta un grande momento di cinema in cui, a mio parere, non si racconta una storia e nemmeno si affronta un viaggio: si lasciano impressioni come in un grande affresco espressionista. A noi non resta che farle entrare e perderci in esse, come un treno che manchi lo scambio giusto nella notte e si ritrovi in una terra sconosciuta, sempre sui binari ma lontano da casa.

Ancora annotazioni meriterebbero la stupenda fotografia, la meravigliosa colonna sonora, la corsa di Bill Murray per prendere il treno e le valigie, quel bagaglio ingombrante che ci trasciniamo nelle nostre esistenze che a volte ci impediscono di saltare in corsa su un treno da non perdere... Meraviglioso.

 

postato da steutd alle ore 06:21 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
categoria: wes anderson, il treno per darjeeling


Chi sono

Blogger: steutd
Nome: Scocci


  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


Partecipano

Bottoni

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading*volte

Share on Facebook Movie Blogs - BlogCatalog Blog Directory