Cari amici,
finalmente ho perfezionato il Sistema Valutazione Coccinema. Sono le ormai consuete stellette che tutti abbiamo iniziato a conoscere, da una a 5, comprensive dei giudizi intermedi con le mezze stelle. Ogni valutazione è accompagnata da un'icona ed una frase entrata nella storia del cinema, almeno del mio cinema, che serve a completare il giudizio.








Male, signor Anderson. Sono deluso, molto.

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C’è qualcosa in Michel Gondry che ci richiama ad un concetto atavico dell’uomo e del cinema. Uno dei motivi può essere, forse, il suo mettersi in diretta connessione con un concetto fondamentale del nostro essere come la memoria – collettiva e personale. Sarà anche la leggerezza con cui certe dimensioni del fare e dell’essere arte sono affrontate che contribuiscono ad alimentare l’amore per le sue pellicole.
“Be kind rewind” è innanzitutto una operazione di questo genere: si tratta del ricordo e della reinterpretazione di luoghi frequentati dell’anima che coinvolgono le emozioni che proviamo di fronte ad un film, del potere di chi fa immagini e della voglia di possedere qualcosa di amato riproducendolo. Si tratta anche di una travolgente commedia che suona una corda tanto profonda quanto fondamentale del nostro essere: sentirci protagonisti.
Jerry e Mike vivono un sobborgo di New York. Il primo fa il meccanico e lavora di fianco ad una centrale elettrica; il costante ronzio generato dall’impianto lo fa vivere con uno scolapasta in testa per proteggersi dal magnetismo e alimenta le sue ipotesi di immaginari complotti che sono studiati all’interno del ferro e dei meccanismi implacabili della stessa centrale (“ho voluto sabotare la centrale elettrica ma la centrale elettrica ha sabotato me”, dirà). Mike lavora come commesso in un negozio di noleggio di videocassette alquanto malmesso. Un giorno, involontariamente, Jerry smagnetizza tutte le cassette presenti nella bottega. Nel panico per aver affossato un’impresa commerciale già allo stremo, i due decidono di rigirare da sé i film che i clienti chiederanno in noleggio (“you name it, we shoot it”). Presto si troveranno coinvolti in un processo di produzione (“maroccare i film” lo chiameranno) che, come una palla di neve che si trasforma in una valanga, finirà con il coinvolgere tutto il quartiere, fino al confronto finale con le istituzioni prepotenti di chi vuole demolire il negozio per fare spazio a nuovi ed avveniristici appartamenti e chi, invece, vuole far valere i diritti esclusivi d’autore e di proprietà dei film stessi.
Così, la boutade dei film rigirati – che da sola saprebbe di semplice trovata comica per far esplodere il talento di Jack Black - diventa un concetto politico di lotta contro i giganti dell’economia e di ribellione ad un futuro disabilitante e digitale (il dvd è un modo per spingere fuori dai limiti chi non “sa leggere” questo formato, ed è già ai confini della società e della sussistenza). L’analogico torna ad imporsi con gli effetti arrangiati e le trovate produttive dei “film maroccati”, una nuova forma di lettura e di possesso di idee ed emozioni che, così, appartengono realmente a chiunque.
Ed in senso ancora più largo, il cinema diviene di tutti ed in questo percorso si trasforma in arte collettiva, in cui il gruppo ha la meglio sul singolo, e tutti, in egual misura, ne possono godere. Infatti, si costituisce un enorme gruppo di lavoro che studia un film finalmente originale su una storia, però, basata su una bugia, nata come favola per Mike bambino. Il film si chiude con una sorta di tributo (citazione?scopiazzatura? maroccatura?) di Tornatore e del suo “Nuovo Cinema Paradiso”. Quest’ultima produzione è così proiettata in strada, verso un pubblico che guarda attraverso una finestra il telo su cui è trasmesso il film.
Gondry sembra voler ricordare che, da una parte, ci sono quelli che i film li fanno, dall’altra coloro che ne godono e a cui cambiano la vita, illuminano la strada, fanno passare un paio d’ore spensierate. E nessuno ha un diritto prevalente da imporre sugli altri. I film e il cinema, cambiano la vita di tutti noi, come le grandi idee che una volta erano trasmesse attraverso i libri, che uscivano dalla carta e finivano nelle teste e nei cuori di uomini e donne che li vivevano ognuno a modo proprio, senza che nessuno potesse avere l’ambizione arrogante di entrargli in testa a contare i diritti d’autore maturati.
“Be kind rewind” è un grande atto d’amore per il cinema, una pellicola rivoluzionaria ma, soprattutto, un film clamorosamente divertente e spensierato, girato con lo spirito dei “maroccatori”, il gusto dell’improvvisazione e di qualche sporcatura qua e là.


Uno dei tanti meriti del bellissimo terzo episodio delle avventure di Indiana Jones è rivelare alcuni dei segreti che alimentano il mito del professore: la cicatrice sul mento, l’amore per la frusta (che non c’entra niente con una presunta passione per pratiche erotiche sadomasochiste anche se la usa per accalappiare le femmine come fa con Willie ne “Il tempio maledetto”), il segreto che si cela dietro il suo nome, il rapporto complicato con il padre. È proprio l’introduzione del prof. Henry Jones con il volto di Sean Connery a rappresentare la svolta del film: il duetto con Harrison Ford è strepitoso, aiutato da una sceneggiatura su cui misero le mani in molti, tra cui l’autore Tom Stoppard.
Il film è un continuo di battute, scene divertenti, tanto da sembrare una commedia intervallata da scene da azione. La gioia ed il sorriso sono sempre stati alcuni dei marchi di fabbrica della serie. Qui si ride, ci si appassiona, si vibra, per tutto il tempo della proiezione: la scena dei biglietti sul Graf Zeppelin II con Indy che scaraventa fuori dal dirigibile il nazista esclamando “niente biglietto”; la battaglia contro i caccia nemici in cui Connery/Jones auto - mitraglia il proprio aereo ed incolpa i tedeschi; la scena dell’autografo di Hitler (che tra l’altro firma con la destra mentre è notorio che il dittatore fosse mancino), la boutade sulle doti di
Ora vi lascio con un trailer de “Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo” ricordando che in basso potete leggerne qualcosa in anteprima...
Il mio problema con “I Predatori dell’Arca perduta” è: cosa scrivere di uno di quei 4 o 5 titoli che amo di più in assoluto? Come raccontare un film che è avventura allo stato puro ma non quel surrogato che abbiamo oggi, pieno di effetti su uno schermo verde e pallottole da schivare; mi riferisco all’avventura leggendaria dei tempi eroici del cinema, quella cresciuta e maturata con paladini come Errol Flynn, quella fanciullesca e gioiosa avventura che fa amare “I 3 moschettieri” o “Scaramouche” di Sidney e non capisci perché: sono sempre duelli di spada, una volta su un tavolo, un’altra in bilico sulle scale, eppure ti divertono, ti conquistano. Perchè?
A saperlo avrei fatto i soldi scrivendo sceneggiature o girando i film e non starei qui scribacchiando delle avventure di Indiana Jones, uno che è entrato nell’immaginario collettivo proprio come D’Artagnan, uno che quando lo vedi o qualcuno pronuncia o scrive il suo nome ti torna in mente il tema di John Williams ed inizi a fischiettarlo, e che è figo anche quando fa una stronzata, come quando soppesa con gli occhi un antico idolo, riempie di terra un sacchetto per rimpiazzarlo per non fare scattare la trappola e invece il dispositivo scatta lo stesso, costringendolo a fuggire evitando frecce, pietre rotolanti che lo inseguono fino all’uscita, un pezzo di cinema che andrebbe elogiato solo per aver dato vita ad una sequela interminabile di citazioni tra cui quella mitica de I Simpsons, quando Bart/Indiana ruba il barattolo con le monetine di Homer, il quale gli corre dietro infuriato fino a rotolare lungo le scale. Dopo tutto questo, ed un’altra fuga a perdifiato nella foresta per sfuggire a degli indigeni incazzatissimi, è passato solo un quarto d’ora di pellicola, il film è tutto davanti, Indy deve ancora attraversare l’oceano per tornare a casa, ripartire per il Nepal e da lì raggiungere l’Egitto, scavare una buca nel deserto per recuperare l’arca, farsela rubare, distruggere un accampamento nazista (siamo in Egitto, nel 1938 ma ti pare che gli inglesi facevano andare in giro interi pattugliamenti nazisti?), arrivare a Cipro, salvarsi dal rituale magico per risvegliare il potere di Dio dalle sabbie che si nascondono dentro l’antico manufatto. E pensare che molti, per aver scritto e diretto molto meno, passano per dei geni del cinema contemporaneo mentre altri ancora si lamentano perchè vivono al Tiburtino e vanno a lavorare a Boccea...
Oltre a lasciarti ancora col fiato sospeso a 27 anni dall’uscita al cinema, A guardarlo oggi devi riflettere sul fatto che dentro ci sono George Lucas – che generalmente è un incapace-fabbrica-soldi ma che due o tre idee buone le ha avute e sono 30 anni che ci campa – e Steven Spielberg (probabilmente il migliore regista di intrattenimento dell’universo intiero fino a quando ha voluto dimostrare di essere figo anche a fare le cose tecnicamente perfette per raccontare storie di senso compiuto e magari impegnate) e Harrison Ford, che se dovessero dare una faccia al Dio del cinema potrebbero scegliere fra la sua e poche altre.
Che dire del fatto che mentre scrivo questo pezzo il mio computer sembra indiavolato, sono due volte che si resetta da solo e non riesco a finirlo? Che dietro tutto questo ci siano Belloq, Toht o l’Arca perduta? Che sia costretto ad andare da Sellah per risolvere il problema? E la frusta? Non ho scritto niente della frusta e del cappello!!!
Avete capito, ora, il potere de “I predatori dell’Arca perduta”? Se vuoi rendere il mondo un posto migliore, inizia con il farlo vedere ad un amico/amica che non lo ha mai visto, e poi ne riparliamo. Entro 5 anni niente più guerre...
Concludo ricordando che sotto c’è la recensione (chiamiamola così ma non è una recensione) di “Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo” e che
To be continued...
Fin dal momento in cui il logo della Paramount sfuma nella sagoma di una montagnola di terriccio costruita da una talpa (o un termitaio? boh...) capiamo che Indiana è tornato. Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo è intriso di storie predatoriamente e maledettamente “Indiana Jones” e, di rimbalzo, del suo padre genetico, George Lucas. Infatti, l’apertura è all’insegna di una folle corsa nel deserto del Nevada tra giovani che guidano rumorose auto rigorosamente fine anni Cinquanta che fanno tanto “American Graffiti”. Poi, qua e là durante le due ore di proiezione, ritroviamo, come tanti amici che non vedevano da tempo, i marchi di fabbrica che hanno fatto dell’archeologo con la frusta un eroe del pubblico del grande – e ormai piccolo – schermo: furiose scazzottate con colossi dal ghigno crudele che vogliono staccare la testa di Indy dal collo; folli inseguimenti su automobili, camion e carri armati; duelli cappa e spada; misteri da risolvere; cartine geografiche che aiutano
In questo, Spielberg e Lucas hanno voluto mettere in chiaro le cose: di anni “veri” dal primo episodio ne sono passati 27 ma l’amore per l’avventura è sempre lo stesso, anche se i tempi sono cambiati e, soprattutto, il cinema è cambiato.
Così gli effetti speciali vengono in aiuto di Indiana e i suoi amici (tra cui il ritorno di Karen Allen/Marion Ravenwood), regalandoci delle scene mozzafiato al livello di altri momenti simili dei primi tre film: duelli di spada in bilico tra due jeep nella foresta amazzonica, folli corse sulle moto, misteri da risolvere. Tutto questo non manca. Manca, forse, la forza di un genere che è invecchiato dall’ultima volta che Indiana ha impugnato la frusta e indossato il suo cappello: duelli ed inseguimenti che rincorrono
Resta così una parte centrale molto statica e che induce lo sbadiglio, con vicende difficili da seguire.
Però, il DNA dell’avventura c’è ancora tutto, eccome. Così come le gag divertenti che continuano ad abbondare, mentre Shia Labeouf gioca a fare Marlon Brando con molta auto – ironia; invece, alcuni allestimenti scenografici hanno degli echi così forzati da far balzare agli occhi la loro falsità. Una cosa che mi capita spesso, ultimamente, guardando i film di Spielberg.
Non manca la battuta da consegnare ai posteri, quando Indiana, in sella ad una motocicletta lanciata nel bel mezzo del Marshall College, grida ad uno studente: “Se vuoi diventare un bravo archeologo devi uscire dalla biblioteca”. Pollice alzato anche per una splendida Cate Blanchett dagli occhi spietati e le labbra tanto velenose per quanto sono affascinanti.
I grandi appassionati di Indiana non si spaventeranno certo per le note dolenti di questo film: poter incontrare di nuovo un vecchio amico val bene sopportare i tanti noiosi aneddoti che ci potrà raccontare. Indy is back, è questo quello che conta
Per avvicinarci a “Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo” niente di meglio che riscoprire la trilogia degli anni Ottanta dell’archeologo con la frusta. “Indiana Jones e il tempio maledetto” è il prequel de “I predatori dell’arca perduta” anche se temporalmente ne segue l’uscita di tre anni. Il successo planetario del primo episodio suggerì all’accoppiata Spielberg – Lucas di tentare ancora la sorte e mettere in scena un bis. Erano gli anni Ottanta e, ieri come oggi, un secondo tentativo non si negava a nessuno, tanto meno ad una pellicola che aveva sbancato i botteghini di tutto il mondo raggiungendo la ragguardevole cifra di 384 milioni di dollari. Così nacque l’idea del prequel rispetto alle avventure de “I predatori”. Siamo nel
Ne “Il tempio maledetto” il professor Jones fa la conoscenza con il lato oscuro: costretto
Sicuramente si tratta anche del più musicale dei film che compongono la saga: si apre a tempo di musica con il pezzo musicale volutamente un po’ stonato ed approssimativo di Kate Capshaw, mentre il ritmo dei riti sacrificali thug scandisce tutta la seconda parte della pellicola.
To be continued...

To be continued...
Personalmente adoro i film con i gangster affetti da logorrea che parlano continuamente di stronzate e discorsi senza senso mentre nel frattempo si sparano addosso, rubano, intimidiscono, uccidono, violentano o altro. Inoltre, adoro Colin Farrell e soprattutto le sue sopracciglia, sebbene non ve ne sia alcun motivo apparente: l’unico film in cui ha offerto una prova convincente è in Intermission, piccola chicca indipendente irlandese in cui interpreta un personaggio, sotto molti aspetti, simile a quello offertogli da Martin McDonagh nel bellissimo In Bruges.
Farrell è fisiognomicamente un gangster, un teppista da strada, un delinquente ed ancor di più lo sono le sue sopracciglia. Inoltre, è un eccellente attore comico, grazie proprio a quell’aspetto da tipo burbero, violento, con le ascelle puzzolenti e un pessimo dopo barba (quando si rade) ma sempre pronto alla battuta che sdrammatizza. Ecco perché ho adorato “In Bruges” dal primo fotogramma: è un film su degli assassini logorroici, costretti a far decantare gli ultimi avvenimenti delittuosi che li hanno visti protagonisti nella cittadina fiamminga.
Così, tra un serie di lunghissime e inutili discussioni sulla presunta bellezza dei canali e delle strade acciottolate della “cazzo–di–Bruges” (“fucking Bruges”) si arriva agli snodi drammatici fondamentali del film e, di più, della vita: la colpa, la condanna, il perdono, la redenzione e
Qui arriviamo ad un altro snodo fondamentale:
Non sto più nella pelle
