Coccinema

"Omicidi, crimini, povertà. Queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome d'un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, poche calorie."
lunedì, 31 marzo 2008

Visioni successive – Giovani sull’orlo di una crisi di nervi

tutta la vitaPremessa numero uno: l’unico film con voce fuori campo che il sottoscritto riesca a tollerare è Barry Lyndon – “me cojoni” potreste aggiungere voi.
Premessa numero due: il film di Paolo Virzì, Tutta la vita davanti, è un buon film. Ha i tempi giusti, dote rara nel cinema italiano dei nostri giorni, fa ridere quando deve far ridere, commuove quando deve far commuovere, a volte fa anche pensare. Ci sono un paio di interpretazioni da sottolineare: la protagonista, Isabella Ragonese, e Sabrina Ferilli anche se siamo mooooooltoooooo lontani dalle vette lasciate intravedere da Piera Detassis nella sua recensione su Ciak (ebbene sì, a volte compro anche Ciak). Cito: “la sua donna in carriera, perfettamente tratteggiata anche nell’abbigliamento versione fetish - dominatrix de noantri, è la creatura più sola e disperata che il cinema italiano ci abbia regalato da molto tempo in qua. Sabrina ne fa una Bette Davis della nuova periferia romana: sarà difficile dimenticare lo sguardo insieme folle e patetico con cui accompagna il sinistro dondolio del passeggino vuoto”. Ribadendo che la Ferilli è stata brava vorrei far notare che: in primo luogo, fino ad oggi non avrei saputo descrivere un abbigliamento da “fetish - dominatrix”; ora, nei salotti buoni che frequento, alla domanda sul perfetto abbigliamento “fetish - dominatrix” potrò esclamare “come Sabrina Ferilli in Tutta la vita davanti”; non voglio indagare su come lo abbia saputo Piera Detassis (Azzardo io: dal pressbook?).  Secondo non mi sembra proprio “la creatura più sola e disperata che il cinema italiano ci abbia regalato da molto tempo in qua”. Se lo fosse mi domando cosa siano i personaggi de “Le conseguenze dell’amore”, tanto per citare il primo film che mi viene in mente, solo il primo, senza voler approfondire l’argomento.
Basta colle premesse (e con le stronzate vorrei aggiungere ma sempre in grande amicizia verso Piera) e veniamo al film.
Svolgimento
Forse per vicinanza generazionale, forse per prossimità emotiva alle storie e condivisione di alcune delle vicende del lavoro precario, il mio punto di vista sull’argomento è che la voglia di ridere mi è passata da un pezzo, anche se si ride amaro, anche se si cerca di farlo con umanità, anche se si cerca di inserire nel sottotesto qualche punta polemica sull’imbarbarimento social – televisivo di questo Paese.
Ormai è diventato un argomento di moda nei salotti bene di certi ambienti socio - culturali. Fa fico riempirsi la bocca di discorsi sulle ingiustizie connaturate ad un sistema di lavoro flessibile, delle storture della cosiddetta “Legge Biagi”. Francamente, il tempo di ironizzare sull’argomento, anche con obiettivi alti come posso essere – ma non sono - quelli di Virzì, è passato da un pezzo.
Proprio perché tutti si sono riempiti la bocca – da Serena Dandini che fa il suo bel cameo nella pellicola, ad Ascanio Celestini (che oramai scrive e lavora solo su questo argomento), fino alle tavole rotonde in tv, passando per quelle “quadrate” delle piazze piene nei comizi elettorali – tutti “i fatti”, tutte le oscure vicende, tutti i momenti da kapò, tutti gli sfruttamenti, tutto questo enorme cancro che ci sta divorando, tutto questo sottobosco in cui si pratica il traffico dei talenti e lo spreco delle risorse umane, tutto questo insomma è già bello che conosciuto, analizzato, sviscerato, commentato, criticato e da qualcuno anche difeso. Il film di Virzì non toglie – per fortuna – ma nemmeno aggiunge nulla sul tema.
Inoltre, dal punto di vista dell’approccio e della cifra stilistica scelta, mi domando a cosa serva l’ennesimo film italiano dal gusto agrodolce, in cui si sorride dei problemi e, sotto sotto, si continua ad alimentare l’italico vizio di pensare che “tanto in qualche modo ce la si fa”, che comunque le cose si aggiustano perché la nostra forza risiede proprio nel saper sorridere delle nostre disgrazie.
Penso che l’ora dei sorrisi sia finita e che sia giunta l’ora per un vero cinema civile, un cinema partigiano, un cinema alla Ken Loach per intenderci, una pellicola senza sconti, senza tesi assolutorie, senza perdonismi, senza “ma - anchismi”. Noi italiani dobbiamo imparare a mettere il dito nella piaga per iniziare a sentire il dolore, non più solo come individui – perché questi, cazzo, sono drammi veri su cui c’è pochissimo da ridere - ma anche come comunità, perché solo così si risolvono i problemi, perché solo così si inizia a sentirsi veramente uniti.
Invece, continuiamo ad anestetizzarci con questo modo di vivere, di pensare e anche di fare arte, buono solo per far contenti tutti: gli amici dei salotti, gli amici della tv, gli amici del partito.
L’operazione di Virzì è la medesima messa in scena, come quella da lui stesso arrangiata sul palco di un teatro in “Tutta la vita davanti”, con i comici che trasformano in macchietta le vicende di Marta: una sterile manifestazione di partecipazione che mette Virzi sullo stesso piano dei personaggi che vorrebbe (?) stigmatizzare: egli stesso è un approfittatore, come le persone che nella finzione della celluloide giocano sulla pelle dei precari per una visibilità personale, per i propri obiettivi corporativi e magari di carriera. Virzì è come quei “v.i.p.” che vanno a stringere la mano a Marta e lei risponde “Marta, precaria”. È vero che, parafrasando Giorgio il sindacalista, potremmo esclamare “siamo solo uomini” e si potrebbe aggiungere “it’s only entertainment”. Però il tempo delle macchiette è finito. È giunto il momento di crescere, tutti.
 
PS: continuando a sostenere, comunque, che il film è un buon film, aggiungo che l’argomento è affrontato in maniera talmente superficiale che il nostro autore tocca solo di striscio il crollo psicologico di questi giovani, ma li usa solo come svincolo narrativo per arrivare allo scontato finale: magnamose il pollo arrosto e speriamo che il futuro sia migliore.
Eppoi: almeno nel finale, c’era bisogno della voce fuori campo per spiegarci che quando Marta scoppia a piangere lo fa per sfogarsi di tutti le cose che le sono accadute? I nostri registi dovrebbero sforzarsi di pensare al proprio pubblico con maggiore rispetto. Non tutti sono cerebrolesi come il pubblico del GF.
 
 
PPS: La mia sospensione dell’incredulità è andata a farsi bene quando Marta, la protagonista del film, scopre che la madre ha pochi mesi di vita, e cosa fa questa benedetta ragazza? Resta a Roma, a fare il call center, invece di stargli vicina? Boh...
 
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categoria: cinema, sabrina ferilli, paolo virzì, tutta la vita davanti


venerdì, 28 marzo 2008

#Post in ritardo#

"Fa la cosa che ami e vaffanculo tutto il resto"

sunshine460

Il pulmino giallo rappresenta la nostra infelicità? il nostro dolore? Pesante, ingombrante, starnazzante e giallo?

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martedì, 25 marzo 2008

Villa Arzilla

 

Ecco il trailer di "Righteous kill", il remake di "Arsenico e vecchi merletti" di Jon Avnet in cui le vecchiette arzille del capolavoro con Cary Grant sono sostituite da Robert De Niro in crisi asmatica e Al Pacino con i capelli, Brian Dennehy senza Rambo e Scorsese senza DI Caprio.

Vietato ai minori di 65 anni.

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categoria: cinema, al pacino, de niro, righteous kill


mercoledì, 19 marzo 2008

Prima visione – Le teste di cuoio di Clooney

piccolaleather
Ti aspetti una commediola come tante, con il classico titolo in italiano sbagliatissimo (mi rifiuterò di utilizzarlo) ed alla fine della visione, “Leatherheads” – il film sugli albori del football americano professionistico diretto e interpretato da George Clooney, in cui le leatherheads sono i caschi utilizzati dai giocatori negli anni Venti– è, in effetti, una commediola ma con un alto tasso di stile, qualità ed umorismo.
“Leatherheads” racconta le vicende della squadra di Duluth e di come il suo capitano Dodge Connolly riesce a tenerla in vita ingaggiando una stella del football universitario ed ex eroe di guerra. Gli stadi si riempiono ed una spregiudicata giornalista bionda e bona – ma perchè i giornalisti sono sempre raffigurati come spietati e a caccia di storie anche fasulle per far carriera e le giornaliste sono sempre bone, bionde e, appunto, bone e spregiudicate? – cerca di scoprire se le storie dal fronte sono veramente fatte di eroismo o di altro materiale organico di colore marrone.
Come se ce ne fosse bisogno, tanto per dover dimostrare che il passato da dottorucolo sorridente sia effettivamente un residuo del passato, Clooney dimostra ancora una volta di saperci fare: confeziona un film perfettino, con tutti i tempi comici ben oliati e le battute al posto giusto, una composta e divertita ricostruzione dei ruggenti anni Venti, nello spirito, nel colore e anche nel giusto gusto per citare film d’epoca, cercando di riprodurne anche l’umorismo, sincero e mai sboccato. Non solo: “Leatherheads” sfiora il sogno americano e raccontando una storia di sport – e di football americano per l’esattezza, la disciplina che più di tutte ricorda la genesi e la nascita degli Stati Uniti d’America – rivela qualcosa sulle origini del mondo dell’intrattenimento di oggi a stelle e strisce: la perdita della spontaneità e della sincerità, l’ingerenza degli sponsor e tutto quello che un aumentato giro d’affari e più pubblico porta con sè. Così i protagonisti di “Leatherheads” saranno strappati alle miniere per fare l’unica cosa che sanno fare, giocare a football, ma perderanno il divertimento, il gusto di giocare uno schema “Rin Tin Tin” (con un compagno di squadra che inizia ad abbaiare furiosamente per sorprendere l’avversario), inventarne uno sul momento, rotolarsi nel fango sotto lo sguardo stupito di una mucca che transita sul campo da gioco. Con i soldi e la pubblicità arriva la radio e, quindi, basta turpiloquio e imprecazioni. Con i media arriva il gusto scandalistico per lo scoop ma anche in questo caso l’America è una nazione capace, ambiguamente, di fare pulizia in casa propria.
Insomma, George ci diverte e si diverte a girare un film con canoni estetici apparentemente fuori moda ma non perde l’occasione di fare un viaggio personale sulla nascita di una nazione, così come è diventata oggi, un po’ quello che aveva già fatto, in altri termini e con altri argomenti, in “Good night & Good Luck”.
 
PS: per tutte le sue fans George strizza gli occhi e sfoggia la sua faccia da ribelle guascone che ti fotte con un sorriso almeno un centinaio di volte.
 
PPS: cosa è successo alle guance di Renée Zellweger? Gonfie e tumefatte, un po’ come Marlon Brando ne “Il Padrino”, ma peggio.
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categoria: cinema, clooney, leatherheads, zellweger


venerdì, 14 marzo 2008

Lo so, non c'entra niente

Everybody here

comes from somewhere

(sì, però, Michael... quel cappellino...)

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categoria: rem


giovedì, 13 marzo 2008

Visioni successive – Per cortesia, non portatemi lettere

barleyHa vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes del 2006 ma io l’ho visto solo ieri sera. Ho adorato “Il vento che accarezza l’erba” come ho amato altri film di Ken Loach, “Terra e libertà” ad esempio: la sua visione della storia è di parte, è sincera, è disperata. Qui racconta piccole vicende di oscuri militanti dell’IRA, in lotta contro l’impero britannico negli anni ’20 del secolo scorso per liberare l’Irlanda.
È stata la verità a colpirmi: lui, inglese, che raffigura i soldati del Regno Unito come degli animali abbrutiti dalla guerra, dalle battaglie di trincea sulla Somme e dall’odio verso i cattolici e gli irlandesi. Li ha raccontati come soldati nazisti, ne più, ne meno.
L’onestà di Ken Loach nel raccontare colpisce come un pugno allo stomaco ma non come altri registi farebbero, stupendoti “con effetti speciali”, giochi particolari, luci ad effetto. Lo fa spiattellandoti la nuda verità, nella sua crudezza, sul grande schermo. I primi dieci minuti sono agghiaccianti: un gruppo di ragazzi gioca ad hockey sulla verde erba irlandese – l’erba è dappertutto in questo film, nel titolo e quasi in ogni scena, cosicché il vento che la accarezza sembra essere quello della storia sempre uguale se stessa – e vengono raggiunti da una squadraccia dell’esercito inglese che li perquisisce, li interroga ed alla fine uccide uno di loro solo perché si rifiutava di pronunciare il proprio nome in inglese. È la scintilla che fa scattare nel cuore di Damien – interpretato da un intenso Cillian Murphy – la scintilla della ribellione; lui il cui unico sogno era di diventare medico e guarire le persone, sarà costretto ad uccidere soldati inglesi e i traditori delal causa che erano suoi amici di infanzia. Una delle tante cose crudeli che Loach ci racconta con tanta onestà è proprio questa: la storia costringe i suoi piccoli protagonisti a fare delle cose che non avrebbero mai immaginato, a lordarsi le mani del sangue dei nemici, degli amici, dei fratelli e delle donne che amano. Tanto più alti sono i nostri principi, più in là ci spingeranno nel cercare di realizzarli, tanto più difficile sarà accettare un compromesso. Una lezione valida allora ma ancor di più oggi.
Un’altra cosa che Loach vuole dirci è che da un torto può seguire solo un altro torto, che la storia delle nazioni è destinata a fare sempre conto pari, spesso alle spese degli uomini e delle donne semplici.
Oltre al microcosmo della storia, Loach pone l’obiettivo su alcune ragioni politiche e sociali che portarono la lotta di indipendenza irlandese a sfociare nella guerra civile. Se vogliamo è come se fosse un approfondimento di “Michael Collins”: si entra con il bisturi nelle divisioni tra marxisti e liberali che nel film di Neil Jordan non erano neppure accennate, mentre qui, probabilmente per la personalità del regista, sono amplificate. Alla fine restano solo le lettere dei condannati a morte, consegnate ai propri assassini per farle leggere alle persone che amano, uccisi uno dopo l’altro da un soldato o da un amico o da un fratello e seppelliti nell’erba d’Irlanda.
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categoria: cinema, ken loach, il vento che accarezza l’erba


martedì, 11 marzo 2008

Visione successive – Persepolis non mi è piaciuto... perché? Non so perché

persepoli locandinaIn una sala stranamente gremita di un cinema di periferia, pieno di gente di periferia lasciata fuori dalla stracolma proiezione dell’ultimo Verdone di periferia, mi sono confrontato con questa pellicola certamente intelligente di Marjane Satrapi. Si tratta di un lavoro fortemente autobiografico, in cui la Satrapi ripercorre in un lungo flashback la sua vita, dalla giovinezza nella Persia dello scià parzialmente libera, fino all’inizio della rivoluzione khomeinista, la fuga all’estero ed il ritorno in patria.
Inannzitutto, la forte vena biografica toglie verve ed originalità al film, raccontata secondo canoni che al cinema sanno ormai di stantio – un film biografico raccontato con un flashback e la voce fuoricampo... avanguardia pura!
La mia curiosità verso quel mondo, quel popolo, quella dittatura è andata francamente disattesa: probabilmente mi attendevo di più e di più profondo, un’analisi di come e perché il popolo iraniano ha ceduto al fondamentalismo, ad esempio, una visione un po’ più approfondita della vita, ieri ed oggi, in Iran e non i soliti stereotipi sulle feste private e il mercato nero delle cassette di Michael Jackson, cose che, anche nella provinciale Italia, sono giunte a conoscenza dei più - ed anche dei meno – rispetto all’Iran dei giorni nostri.
Gli unici momenti che solleticano sono quelli ironici, quando la giovane Marjane si scaglia con sarcasmo e veemenza verbale contro gli sciocchi dogmi della religione.
A noi occidentali il film sembra essere piaciuto molto, molti premi e onorificenze importanti, forse per quella convinta superiorità culturale che ci fa tanto sentire migliori rispetto alle altre culture. Questo di Marjane Satrapi è un film che rispetta i nostri canoni estetici e culturali, che parla la “nostra lingua” e ci dice quello che vogliamo sentirci dire ma in verità non dice nulla o comunque nulla che sia veramente pieno di significato ed aiuti a noi, uomini e donne occidentalizzati (?) e laicizzati (?) di questo nuovo millennio, a comprendere chi sembra essere rimasto nel Medioevo. Ci basta a farci sentire migliori ma non ne fa certo un film migliore.
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categoria: cinema, satrapi, persepolis


venerdì, 07 marzo 2008

Visioni successive – Un’idea non originale ripresa in una forma non innovativa diventa un originale esperimento di cinema

REC piccolaAttenzione: spoiler.
Cazzo quanto è fico REC. Durante la proiezione avrei dovuto prendere appunti, per essere, poi, pronto a raccontarvi impressioni, emozioni, riflessioni ma non mi è stato possibile. Cazzo, non ho avuto nemmeno il tempo di estrarre taccuino e penna dalla tasca della giacca. Sono rimasto immobilizzato nella mia poltroncina, incapace di muovermi e di staccare gli occhi dallo schermo anche per un solo istante. Sì, perchè, cazzo non puoi proprio togliere gli occhi dallo schermo: cazzo magari ti perdi un dettaglio fondamentale oppure, cazzo, una vecchia all’improvviso salta al collo di un poliziotto o un pompiere precipita dalla tromba delle scale e tu cazzo te lo perdi e non ritorna e non capisci cosa sta accadendo anche se in fondo afferri subito che nell’attico del palazzo c’è una forza oscura e comprendi immediatamente che è una storia di un virus che ti trasforma in zombi o roba simile. E se l’ennesima storia di morti viventi non è mica tanto originale beh, neanche l’idea scelta per raccontarla lo è, riprendendo in tutto The Blair Witch Project, però cazzo, malgrado ciò, sei catturato e rapito da una forma stilistica che ci trasmette un cazzo di cinema primordiale, violento, crudo, senza intermediazioni, senza condizioni, in una parola: puro. Sì perchécazzo dallo scherma trasudano un’ora e venti di materie-organiche-sangue-morte-brandelli-di-carne, raccontato senza mediazioni, senza stilemi, senza balle, una sorgente di acqua immacolata che sgorga dalla più alta delle montagne soltanto che qui l’acqua ha il sapore del sangue, del terrore, della paura, della tensione e la cinepresa balla e lo schermo balla e in alcuni momenti non c’è modo di capire cosa succede perché balla tutto tranne le poppe della giornalista che dovrebbe raccontare la storia ed invece è in preda al panico e corre e cazzo corre pure il suo cineoperatore – anche se sarebbe corretto dire telecameraman ma chissenefrega – e quindi non si capisce niente e ti viene il mal di mare e arrivano le vertigini e non capisci se vengono perché hai mangiato troppe M&M oppure cazzo perchè c’è sangue dappertutto che arriva senza avvisarti oppure è la cinepresa che balla e non capisci niente. Capisci solo che moriranno tutti, che non c’è speranza, non c’è via di uscita anche se speri di trovarla. Ed alla fine ti ritrovi con davanti il paziente zero, una ragazzina mummificata che tutti credevano morta – ed il virus con lei – e invece non lo è ed è come incontrare uno squalo o un dinosauro, capace solo di divorarti ed ucciderti senza ragione che non sia quella che è la sua natura e comprendi che lei è pura anche se non si lava da 20 anni, è pura come il cinema che Jaume Balagueró e Paco Plaza cercano di raccontarci anche se la trama non è originale e la forma non è innovativa ma lo è, e non so perché, forse perché è pura.
postato da steutd alle ore 13:32 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
categoria: cinema, rec , paco plaza, balagueró


mercoledì, 05 marzo 2008

Prima Visione - La macchina di Speed Racer

speed racer piccola

Direttamente dal Salone di Ginevra novità perr chi attende il nuovo film dei Wachowski Bros: l'auto di Speed Racer!!!

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categoria: cinema, speed racer, wachowsky bros


lunedì, 03 marzo 2008

Visioni successive – Non ho ancora capito chi è ‘sto Vecchi, se qualcuno me lo spiega sarò molto grato

piccola

Sotto la trama apparentemente da western e l’approccio esteriormente da western, “Non è un paese per vecchi” nasconde molto di più di quello che superficialmente fa vedere; si tratta di una pellicola complessa, con mille sfaccettature e la sua visione ha lasciato in me aperte molte questioni, talune emerse solo nel commento a posteriori con mia moglie.
Sì perchè alcune scelte stilistiche lasciano il segno e danno la misura della grandezza dei fratelli Coen. Prendete l’assenza di colonna sonora: sono i rumori, i fruscii, i sospiri, a segnare la pellicola, variazioni tanto impercettibili che anticipano un momento; così ti ritrovi con le orecchie tese ad ascoltare ed a guardare in cagnesco il vicino che rumoreggia succhiando dalla cannuccia la sua bibita gassata. Sono i suoni a dettare gli umori e le emozioni, come avrebbe fatto la London Philharmonic Orchestra diretta da John Williams.
Eppoi l’assenza totale del confronto, della “sfida all’Ok Corral” o del “mezzogiorno di fuoco”: tutto il film gira intorno al pathos nel costruire l’attesa per la lotta finale, e tu sei nella tua poltroncina – fila J, posto 15 - ad aspettarla con tutto te stesso ed alla fine trovi lì, steso per terra, uno dei protagonisti e ti domandi: “è già accaduto tutto? Mi sono distratto mentre strangolavo il vicino e gettavo contro il proiezionista la bibita gassata?”.
Il vero scontro altro non è che un riflesso, un’ombra, perchè il duello è tra lo sceriffo in crisi esistenziale che fatica ad accettare ancora la sua professione e la violenza – espressa ed inespressa - insita nel mondo che lo circonda e lo psicopatico che uccide per il piacere di farlo rispondendo solo ad un suo malato codice etico ed alla legge del caos. Sono due mondi che viaggiano confusamente su binari paralleli e nel film non si incontrano mai se non nella splendida scena del motel, in cui Tommy Lee Jones appare sulla soglia della stanza dove Bardem si nasconde, oltrepassa la macchia di sangue sulla moquette di terz’ordine varcando così una frontiera – questo sì un concetto western; la sua ombra invade il mondo dell’assassino e lui non sarà più lo stesso e sceglierà il ritiro. Due mondi così distanti non sono mai stati così vicini.
Una cosa che non capisco è come Javier Bardem sia finito nella categoria “Miglior Attore non protagonista”: è praticamente in quasi tutte le scene, se non è lui il protagonista del film...
Non capisco nemmeno la mia vicina di posto che ha guardato il telefonino per tutto il film ed alla fine si domandava: "ma che fine hanno fatto i soldi?". Insomma: la vecchia storia del saggio che indica la luna e lo stolto che guarda il dito.
Ma la cosa che mi spacca veramente in due il cervello è questa: ma chi diamine è il Vecchi del titolo, quello senza Paese? Forse il cane che si vede morto all’inizio? È il padre di Tommy Lee Jones?
Mah...
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categoria: coen, javier bardem, non è un paese per vecchi


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