Coccinema

"Omicidi, crimini, povertà. Queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome d'un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, poche calorie."
venerdì, 29 febbraio 2008

La bestia è fuori

wolverine-stillSi annuncia come un 2008 al cinema di fuoco, lame affilate e supereroi.

Wolverine è in rampa di lancio.

Inoltre, sembra prenda il via il progetto Lo Hobbit ma senza la regia di Peter Jackson il quale, invece, concluse le riprese di The Lovely Bones, si dedicherà alla trilogia di Tintin, con il primo film diretto da Steven Spielberg - che nel 1983 comprò i diritti del personaggio belga di Hergé - il secondo con la regia, appunto, di Peter Jackson ed il terzo... boh... di entrambi?

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venerdì, 29 febbraio 2008

I'm gonna punch you in the ovary

Siete pronti?

 

 

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giovedì, 28 febbraio 2008

Get Smart – a volte ritornano... per fortuna

È 007? È Hannibal Lecter? È Marion “Cobra” Cobretti? Noooooooooooooo è Get Smart
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martedì, 26 febbraio 2008

Visioni successive – Petrolio!

blogLa prima cosa che mi ha riportato in mente la visione dei primi minuti di “There will be blood” è “L’alba dell’uomo”, il capitolo di apertura di “2001 – Odissea nello spazio”. Non so se si tratta di una percezione traviata dalle musiche e dai suoni tanto simili – alienanti ed estranianti – oppure da una vera affinità artistica. Devo dire che tra le scimmie primordiali di Kubrick ed il Daniel Plainview di Paul Thomas Anderson ho trovato molti punti in comune. La voglia di prevalere – meglio, di sopraffazione – sugli altri esseri viventi, sui propri simili. La natura selvaggia e non ancora dominata e domata dalle mani dell’uomo. Il monolite simbolo di una nuova religione, che in “There will be blood” ha le fattezze della torre di estrazione.
Sicuramente simile a Kubrick è l’approccio all’inquadratura e alla fotografia: mai banale, come se ogni immagine sia destinata ad essere scolpita nel fuoco e nella pietra, come i murales dipinti in oscure caverne dai nostri antenati, destinati a durare nei millenni. Sì perché questo film è destinato a restare nel tempo, perché è fatto della pasta dei capolavori. Perchè questo film sgorga puro ed incontenibile come un pozzo petrolifero, perchè fatto di petrolio e sangue, anche se, quest’ultimo, non è mai di un rosso vivo e scintillante ma scuro e cupo proprio come l’oro nero. Come il petrolio le immagini ti restano attaccate addosso, pronte a prendere fuoco, alcune talmente forti da indurti a distogliere lo sguardo.
È un film duro come lo è il suo protagonista, come aspre sono le montagne e le scintille che aprono la pellicola in una lunga sequenza in cui non c’è dialogo, solo roccia e piccone, legno e ferro, micce accese e respiro affannoso. Poi, quando Plainview parla lo fa con lingua biforcuta: valori e famiglia, lavoro ed educazione, ma è solo una finzione. Anche l’altro protagonista, Eli Sunday interpretato da uno straordinario Paul Dano, è un oratore straordinario: con le sue prediche riesce ad infervorare i suoi discepoli e ad avere il controllo della comunità. Ed alla fine, il confronto fra i due è proprio nella parola, con cui ciascuno cerca di corrompere l’animo del vicino, piegare l’altro alla propria volontà e di umiliarlo: Plainview battezza Eli Sunday con la terra e il fango mischiati al petrolio; Eli Sunday con la forza del rimorso e dell’acqua battesimale. Infine, è Plainview a sopraffare il rivale, sempre con la forza della parola e dell’inganno, alla fine divora l’anima del suo avversario mentre mangia i resti di una cena fredda, a base di carne, come De Niro/Lucifero divora Harry Angel ed un uovo in “Ascensore per l’inferno”. Uno scontro di personalità ma anche di civiltà e di poteri: quello del denaro contro quello dell’altare, una storia che va avanti dall’alba dell’uomo. Uno scontro a cui il figlio di Plainview è sottratto dalla sua menomazione, la sordità che lo cala in un altro mondo, fatto, questo sì, di sacrificio, valori e lavoro e che fa sperare per il futuro.
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lunedì, 25 febbraio 2008

#Post inatteso#

2008_CotillardM_01

Adoro questa Dea

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categoria: cinema, oscar, la vie en rose, marion cotillard


lunedì, 25 febbraio 2008

Visioni successive – May i have you’re attention pleeeeeeeease?

locandina-sweeney-toddPrima di continuare nella lettura di questo post dovete sapere una cosa: io odio il musical, lo detesto con tutto me stesso, se volete farmi un dispetto portatemi a vedere due ore di spettacolo teatrale o cinematografico con attori che si rendono ridicoli cantando canzoncine idiote con testi stupidi fingendo che da questi dipenda la loro e la nostra vita.
Detto questo, "Sweeney Todd" è un film e – accidentalmente – un musical incredibile, bellissimo, intenso, lirico, che trasuda sangue ed emozioni da ogni inquadratura.
Che possa rappresentare in un certo senso, la summa del lavoro di Tim Burton è comprensibile fin dall’inizio, soprattutto quando Depp/Todd impugna finalmente il suo rasoio ed esclama “il mio braccio ora è completo”. Qui sembra chiudersi il cerchio apertosi con “Edward mani di forbice”, un cerchio che ha rappresentato l’escalation artistica di uno dei più controversi registi di Hollywood. Scrivo controverso perché, a mio modestissimo parere, qualche volta è stata sfiorata l’isteria nel giudicare il lavoro di quest’uomo, autore di film eccellenti – “Ed Wood” e “Mars Attacks” su tutti – ma anche di mediocri pellicole assolutamente sopravvalutate – come il ridondante "Big Fish".
Una carriera in cui il sognatore Edward menomato alla nascita diventa un crudele Montecristo indurito dalla vita, disposto a tutto per avere la propria vendetta. Un dramma shakespiriano in cui non c’è possibilità di salvezza se non, forse, per i due giovani ragazzi – Johanna ed il marinaio Anthony – ma, a confermare che si tratta di una tragedia a tinte foschissime, basta il finale che non ci rivela niente del loro futuro ma chiude nel sangue, come aveva iniziato in un mare cupo come la pece e foriero di cattivi presagi. Non c’è speranza, non c’è salvezza per l’individuo il cui animo è stato devastato dalla crudeltà dell’uomo: non lo può salvare l’amore della controversa Mrs Lovett tanto meno l’illusione di una vita “normale”.
Su tutto prevale lo stile di Burton che finalmente racconta un musical non paludato nei lustrini o nelle rappresentazioni leccate tutto balletto e vocine, ma fa vedere il sangue: ettolitri ed ettolitri di liquido rosso che sgorgano dalle gole tagliate, dalle teste fracassate, dai corpi maciullati, persi in fogne maleodoranti, bruciati in forni che lasciano esalazioni fetide nel cielo di una Londra più oscura e dannata di Gotham City, in cui la maschera del grottesco è il vero volto di un mondo borghese malato, quello del giudice Turpin che infrange la legge per stringere fra le sue lussuriose braccia la moglie di Barker/Todd. Nel fare tutto questo si canta, si inneggia all’amore e alla vendetta, all’omicidio e all’estasi dell’amore, tutto nella fotografia cinerea di Dariuz Wolski e nelle scenografie di Ferretti che ci rimandano un mondo malato, oscuro, senza speranza. Un grande film. Sui titoli di coda ho pensato: “lo voglio rivedere”. Non mi capitava da un po’ di tempo. E francamente, dopo aver visto per anni insulsi musical vincere premi su premi, non capisco come non si sia meritato la nomination all'Oscar per il Miglior Film e Miglior Regia.
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categoria: cinema, oscar, burton, johnny depp, sweeney todd


venerdì, 22 febbraio 2008

Prima visione – Cara Valentina...

FinePeaMai_11LR“Fine pena mai” è un buon film con qualche merito ed alcuni difetti. Tra i meriti: dopo "Romanzo criminale" cerca di proseguire nella strada di un cinema di attualità, che scavi nelle recenti ferite d’Italia per raccontare storie che escano dal solito tormentone italiano della commedia-leggera-simil-cine-panettone o la commedia impegnata-o-mio-dio-quanto-siamo-impegnati-del-resto-siamo-italiani-la-patria-di-Desicapadre-Rossellini-il-neorealismo-e-pochi-altri-eletti; è un tentativo di fare un cinema “di azione” anche se poi ci si concentra sui personaggi, una dignitosa via di fuga dall’imbuto creativo in cui si è infilato il nostro paese: un cinema in debito con la televisione, pensato per la televisione, che mutua le sue “stelle” dalla televisione e che al pubblico della televisione vuole parlare, perdendo l’enorme potenziale espressivo che offre il grande schermo e, soprattutto, gran parte della grammatica espressiva della settima arte, che può risultare indigesta a chi si nutre di pane e fiction.
In parte i registi di "Fine pena mai", Davide Barletti e Lorenzo Conte,  escono da questo stereotipo e si sono largamente ispirati alla grande tradizione a stelle e strisce del cinema sulla mafia ed i suoi "good fellas" per raccontare la vicenda di Antonio Perrone, un giovane proveniente da una famiglia alto borghese che diventa boss della Sacra Corona Unita. Si tratta di una storia vera, tratta dal libro che il protagonista ha scritto nel corso dei 15 anni di isolamento totale in regime di 41 bis.
Ovviamente i limiti sono molti: tra questi la mancata rinuncia alla voce fuori campo – che per chi realizza un film tratto da un libro sembra essere un must irrinunciabile – è una diminutio espressiva molto forte, quasi un rendersi conto di essere incapaci ad esprimere con le immagini tutto quello che c’è nel libro; la ridondanza di alcuni momenti del film, l’autocompiacimento nel rallenti e nell’indugiare in momenti di contorno nella formazione malavitosa del protagonista, di cui si sarebbe potuto fare a meno a favore di una maggiore fluidità del film.
Due cose: dopo il pipino di Viggo Mortensen, lo scroto di Tony Leung e l’erezione di Moretti, Claudio Santamaria si unisce alla lista con una scena di nudo frontale a cui credo gli uomini presenti in sala avrebbero volentieri fatto a meno; Valentina Cervi è bellissima, sempre con un broncio molto sexy anche quando dovrebbe essere contenta – qualcuno ti fa lavorare... sorridi baby - che esaltano gli angoli della sua splendida bocca.
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venerdì, 22 febbraio 2008

Prima visione – Elenco dei motivi per non andare a vedere “Nelle tue mani”

nelletuemani04

- La Smutniak parla (vedere post su “Caos Calmo”);

- Il neo sulla mascella della Smutniak;

- Le terribili bandane della Smutniak in stile psiconano;

- Marco Foschi corre e si vede che non ne aveva voglia – un po’ come Cassano quando era nella Roma gestione Del Neri;

- Prima di dire la propria battuta ogni attore si sente in dovere di guardare in camera e fare una faccetta – ma perché? Di la tua battuta e basta che mi sto addormentando;

- Accade tutto troppo in fretta, senza possibilità di comprendere o capire le spinte nell’animo dei protagonisti;

- Ho sbuffato tutti e 100 i minuti della proiezione – ok, lo so, è un mio problema;

- La battuta migliore del film è questa. Lui a lei: “perché non ci sposiamo?” – Lei: “NO” – Lui: “perchè no?” – Lei: “perchè no e non me lo chiedere mai più”. Ok non me parliamo più, che è meglio...

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venerdì, 22 febbraio 2008

#post in attesa#

FinePeaMai_2LR

Cara Valentina...

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giovedì, 21 febbraio 2008

Seconda visione – Woody Allen è morto, viva Woody Allen

locandina-sogni-delitti-150Confesso che non volevo. Mi hanno dovuto trascinare. Questa premessa è necessaria, caro lettore, nel proseguire la visione di questo post. Non volevo perché il ricordo di quel che fu Woody Allen – la mia spasmodica attesa di un nuovo film e di tutta quella serie di battute argute e penetranti riflessioni sulla vita che ogni nuova pellicola portava con sé – è offuscato ad ogni nuova produzione di questo che altro non è che la sua versione sbiadita.
Non volevo andare non solo perché avevo letto così tante pessime recensioni che neanche il film di Muccino – beh, il film di Muccino è peggio, fuor di dubbio – ma anche perché, chi mi ha trascinato al cinema, lo ha fatto con fare un po’ interdetto esclamando: “Sai, ho letto che non è bello come Match Point”. A me Match Point ha fatto schifo, quindi potete capire con quale stato d’animo mi sono recato al cinema.
Devo dire che tutte le mie più plumbee previsioni sono state completamente confermate. Personalmente non riesco a trovare una sola nota positiva in “Sogni e delitti”. Regia scolastica senza nessuna pulsione, vorrei dire senza amore; l’inquadratura della torta di compleanno mezza mangiata è stata l’esaltazione della tristezza, avanguardia pura direi con tono sprezzantemente sarcastico: i tuoi protagonisti sono ad un pranzo di compleanno e tu inquadri la torta, degno di un filmino che un assicuratore di sessant’anni vicino alla pensione farebbe della festa di compleanno della moglie. Come in Match Point ho trovato la sceneggiatura a dir poco stucchevole, piena di frasi vuote degne di uno spot pubblicitario, solo un opaco riflesso della vita che dovrebbero raccontare. In una sceneggiatura senza vita ho faticato, quindi, ha trovare pregnanti le riflessioni etiche e morali sull’esistenza umana senza considerare che l’argomento, oltre ad essere già stato trattato in varie forme dallo stesso Allen, ha costituito la spina dorsale di tanto teatro, dalle tragedie greche fino a Beckett. Francamente di un film così non ne sentivo il bisogno.
Una nota a parte merita la recitazione: stimando sia Colin Farrell che Ewan McGregor, voglio pensare che la responsabilità sia dello script ma mi sono sembrati degli attori che fanno gli attori (ok, questa non è mia, è del mio amico Angelo ma mi è piaciuta e ve la ripropongo): entrambi vuoti, inespressivi (McGregor), stereotipati (Farrell).
Però, qualche momento divertente – assolutamente involontario - “Sogni e delitti” me lo ha regalato. Su tutti: quando Ian/Ewan McGregor si ferma per aiutare Angela/Hayley Atwell lasciata a piedi dalla macchina in panne esclama: “mio fratello ha un’officina, gli do un’occhiata”. Sì perché le conoscenze meccaniche sono trasmesse nel DNA come quelle mediche del resto: “mio cugino è chirurgo, lo eseguo io il trapianto di fegato” oppure “mio zio è ginecologo, signorina le do volentieri un’occhiata”. Oppure quando Ian/Ewan McGregor scopre il tradimento di Angela/Hayley Atwell lei si scusa affermando: “lo sai, sono lunatica, sono narcisista”... al che è partita la mia esclamazione: “sei una zoccola”. Momenti belli che da soli non bastano a giustificare la perdita del ricordo in voi del Woody Allen che fu. Per cui, se potete, evitate di andarlo a vedere e noleggiatevi un suo vecchio film.
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categoria: cinema, woody allen, ewan mcgregor, colin farrell, sogni e delitti


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