Si annuncia come un 2008 al cinema di fuoco, lame affilate e supereroi.
Wolverine è in rampa di lancio.
Inoltre, sembra prenda il via il progetto Lo Hobbit ma senza la regia di Peter Jackson il quale, invece, concluse le riprese di The Lovely Bones, si dedicherà alla trilogia di Tintin, con il primo film diretto da Steven Spielberg - che nel 1983 comprò i diritti del personaggio belga di Hergé - il secondo con la regia, appunto, di Peter Jackson ed il terzo... boh... di entrambi?
Siete pronti?
La prima cosa che mi ha riportato in mente la visione dei primi minuti di “There will be blood” è “L’alba dell’uomo”, il capitolo di apertura di “2001 – Odissea nello spazio”. Non so se si tratta di una percezione traviata dalle musiche e dai suoni tanto simili – alienanti ed estranianti – oppure da una vera affinità artistica. Devo dire che tra le scimmie primordiali di Kubrick ed il Daniel Plainview di Paul Thomas Anderson ho trovato molti punti in comune. La voglia di prevalere – meglio, di sopraffazione – sugli altri esseri viventi, sui propri simili. La natura selvaggia e non ancora dominata e domata dalle mani dell’uomo. Il monolite simbolo di una nuova religione, che in “There will be blood” ha le fattezze della torre di estrazione.
Adoro questa Dea
Prima di continuare nella lettura di questo post dovete sapere una cosa: io odio il musical, lo detesto con tutto me stesso, se volete farmi un dispetto portatemi a vedere due ore di spettacolo teatrale o cinematografico con attori che si rendono ridicoli cantando canzoncine idiote con testi stupidi fingendo che da questi dipenda la loro e la nostra vita.
“Fine pena mai” è un buon film con qualche merito ed alcuni difetti. Tra i meriti: dopo "Romanzo criminale" cerca di proseguire nella strada di un cinema di attualità, che scavi nelle recenti ferite d’Italia per raccontare storie che escano dal solito tormentone italiano della commedia-leggera-simil-cine-panettone o la commedia impegnata-o-mio-dio-quanto-siamo-impegnati-del-resto-siamo-italiani-la-patria-di-Desicapadre-Rossellini-il-neorealismo-e-pochi-altri-eletti; è un tentativo di fare un cinema “di azione” anche se poi ci si concentra sui personaggi, una dignitosa via di fuga dall’imbuto creativo in cui si è infilato il nostro paese: un cinema in debito con la televisione, pensato per la televisione, che mutua le sue “stelle” dalla televisione e che al pubblico della televisione vuole parlare, perdendo l’enorme potenziale espressivo che offre il grande schermo e, soprattutto, gran parte della grammatica espressiva della settima arte, che può risultare indigesta a chi si nutre di pane e fiction.
- La Smutniak parla (vedere post su “Caos Calmo”);
- Il neo sulla mascella della Smutniak;
- Le terribili bandane della Smutniak in stile psiconano;
- Marco Foschi corre e si vede che non ne aveva voglia – un po’ come Cassano quando era nella Roma gestione Del Neri;
- Prima di dire la propria battuta ogni attore si sente in dovere di guardare in camera e fare una faccetta – ma perché? Di la tua battuta e basta che mi sto addormentando;
- Accade tutto troppo in fretta, senza possibilità di comprendere o capire le spinte nell’animo dei protagonisti;
- Ho sbuffato tutti e 100 i minuti della proiezione – ok, lo so, è un mio problema;
- La battuta migliore del film è questa. Lui a lei: “perché non ci sposiamo?” – Lei: “NO” – Lui: “perchè no?” – Lei: “perchè no e non me lo chiedere mai più”. Ok non me parliamo più, che è meglio...

Cara Valentina...
Confesso che non volevo. Mi hanno dovuto trascinare. Questa premessa è necessaria, caro lettore, nel proseguire la visione di questo post. Non volevo perché il ricordo di quel che fu Woody Allen – la mia spasmodica attesa di un nuovo film e di tutta quella serie di battute argute e penetranti riflessioni sulla vita che ogni nuova pellicola portava con sé – è offuscato ad ogni nuova produzione di questo che altro non è che la sua versione sbiadita.