Non sto più nella pelle

Rushmore è la critica di Wes Anderson alla commedia americana, alle pellicole su di un nerd adolescente e sfigato che ha la sua rivincita sul mondo esibizionista e narcisista dei “belli”, degli inseriti, dei giovani americani sorridenti, iperomogeniezzati, capitani di squadre di football e reginette del ballo. Riflettere su Rushmore mi ha fatto venire in mente “Napoleon Dynamite”: stesso universo scollegato ed emarginato dal resto del mondo, problemi familiari simili (spesso derivati al primo aspetto), strampalati modi di vivere, di esistere e di relazionarsi con il prossimo; poi, malgrado tutto, resurrezione e catarsi finale.
Allo stesso modo, la famiglia che racconta Wes Anderson è la critica al modello tradizionale americano, così come appare in quello specchio illusorio e bugiardo raccontato dal cinema, dalla tv e, soprattutto, dalla pubblicità, perchè forse non c’è niente di più falso della normalità raccontata per tutti i palati. A definire la vita sono le situazione di confine e noi tutti siamo al limite di qualcosa o qualcuno.
Qui, è il linguaggio, come spesso accade nel cinema e nella vita, a fare
Nella sua destrutturazione della classica commedia a stelle e strisce – da Risky Business a American Pie – Anderson racconta tempi, luoghi, famiglie e musiche a lui care, che ritroveremo in tutti i suoi lavori successivi. Kinks, Cousteau, Pallana, valigie e scale, sì, ok, ma soprattutto l’importanza dei luoghi, il loro essere guscio sicuro ma anche limite. Il treno, la barca, la casa di famiglia, la scuola sono nido protettivo ma anche blocco che impedisce di confrontarsi con il mondo e, dopo questo incontro, crescere. Nella vita di tutti (e soprattutto nell’arte) c’è un confine che va oltrepassato per trovarsi da soli e poter finalmente creare la nostra strada.
Se i fratelli Whitman iniziano a comprendere ed a comprendersi solo dopo aver lasciato il treno, aver abbandonato gli itinerari ed essersi smarriti in India, Max Fischer compie un salto evolutivo solo dopo essere stato cacciato da Rushmore, la prestigiosa scuola che lo ha accolto giovanissimo ed in cui lui trascorre il tempo ad organizzare gruppi di approfondimento e rappresentazioni teatrali piuttosto che a studiare. Che il progresso nella vita si possa raggiungere attraverso il perfezionamento del superfluo è un tema collaterale e potenzialmente dirompente rispetto alle tradizionali strade rappresentate dalla scuole e dalle istituzioni accademiche ingessate e miopi. Ma quel interessa qui sono i personaggi difficili, vicini ad una crisi isterica, abbattuti dalla vita, dalla famiglia e soprattutto dalla malattia e dalla morte – altro argomento sfiorato ma che colpisce come quando all’improvviso Fischer è seduto di fronte alla lapide di sua madre.
Negazione, rifiuto e rimozione (“so che lei è un neurochirurgo” – “sono un barbiere ma molte persone commettono questo errore”) sono alcune chiavi per interpretare Anderson e Rushmore. Non sono una psichiatra e tanto meno un critico cinematografico e quindi non mi dilungo. Quello che amo sono le carrellate laterali, sono il prima e il dopo, sono le reazioni umorali e la loro razionalizzazione; il punto è avere la risposta alla domanda su quali problemi Wes Anderson ha avuto da piccolo (“cosa c’è dentro quella zucca marcia che non funziona
Secondo me, la risposta è sì. O forse 42, ma non ho controllato molto approfonditamente.
Con ritardo arrivo buon ultimo
Non vuole essere nient’altro che una serie di impressioni. Un elenco, insomma.
Chissà cosa è accaduto nella fanciullezza di Wes Anderson per lasciare nel suo cuore e nella sua mente di cineasta una prospettiva così distorta (ma affascinate) della famiglia. Il treno per Darjeeling è ancora una volta un viaggio, in tutti i sensi, in vite sradicate dal nido domestico da genitori in fuga o scomparsi improvvisamente, che lasciano i figli a confrontarsi con il vuoto spirituale approssimativamente (ed insufficientemente) colmato dai beni materiali. Ne I Tenenbaum il mezzo del viaggio era la casa; in Steve Zissou la barca, qui c’è il treno del titolo.
Il treno per Darjeeling corre per raggiungere una meta che non conosciamo e l’unico obiettivo dei tre riccastri giovinastri americani è godere di una spiritualità da supermercato, prendere tutto quello che è possibile in mezz’ora di meditazione d’accatto, scappare da qualcosa di indefinito che ci insegue nella notte come una tigre sulle montagne dell’Himalaya e allontanare il più possibile una paternità rifiutata (ancora il complesso rapporto genitori – figli).
I nostri “eroi” saranno cacciati dal treno insieme all’ingombrante bagaglio di otto valigie, eredità paterna (che tanto mi ricordano il pulmino di Little miss Sunshine, ma non so perché), ed allora sì, fuori dalle rotaie e perdendosi, troveranno il vero significato del loro viaggio, la catarsi, l’accettazione della morte e l’incontro tanto atteso con la madre fuggitiva.
Ci sono così tanti spunti e stimoli nel film di Wes Anderson che chi scrive, francamente, si sente sopraffatto come i miei occhi, che in qualche momento del film stavano per cedere alla commozione. Innanzitutto stupisce il modo in cui la cinepresa racconta: è il vero cuore della pellicola, l’unica forza unificante che riesce a tenere insieme la ricchezza creativa dello script; accelerare, rallentare, spostarsi repentinamente di 180° come farebbe l’occhio umano, zoommare, per Anderson sono il sale della regia e della vita.
Colpisce la scelta altamiana dell’attesa nella notte che unifica tutti i personaggi, umani ed animali (ed anche qui ancora una figura retorica ricorrente del cinema di Anderson, le bestie feroci che ci attendono nel buio di una foresta o nelle profondità marine, come in Hemingway).
Stordisce la complessità dei rapporti fraterni tra i tre protagonisti: Francis (uno strepitoso Owen Wilson le cui ferite sulla scena forse sono state solo una triste anticipazione di quelle personali dell’attore) che, scopriremo in corso d’opera, gioca a fare la madre organizzatrice del tempo dei fratelli e dispensatore di piccole gioie e dure punizioni; Peter (Adrien Brody), probabilmente il più interessante, che fugge dalla futura paternità; Jack (Jason Schwartzman) che rincorre le sue pulsioni sessuali e insegue una donna problematica che scappa da lui come fece del resto sua madre. Tutti ripropongono nella loro esistenza i conflitti e le ferite della vita familiare.
Al di là di queste piccole lezioni degne della posta di Natalia Aspesi, resta un grande momento di cinema in cui, a mio parere, non si racconta una storia e nemmeno si affronta un viaggio: si lasciano impressioni come in un grande affresco espressionista. A noi non resta che farle entrare e perderci in esse, come un treno che manchi lo scambio giusto nella notte e si ritrovi in una terra sconosciuta, sempre sui binari ma lontano da casa.
Ancora annotazioni meriterebbero la stupenda fotografia, la meravigliosa colonna sonora, la corsa di Bill Murray per prendere il treno e le valigie, quel bagaglio ingombrante che ci trasciniamo nelle nostre esistenze che a volte ci impediscono di saltare in corsa su un treno da non perdere... Meraviglioso.
Cosa c’è di meglio che creare delle regole espressive, infrangerle, assurgere a demiurgo del cinema e poi rinnegarsi per diventare il deus ex machina di una sorta di reality che si svolge in un piccolo ufficio sull’orlo di una crisi di nervi? È semplice solo superficialmente “Il grande capo”: dietro alla voglia, dichiarata, di giocare con le regole della commedia, si nasconde un grande affresco sul cinema, l’arte ed anche il sistema economico dei nostri giorni.
Un regista – von Trier stesso –appare all’inizio del film (ed a più riprese) riflesso nei freddi vetri del palazzo dell’azienda, spiegando la sua intenzione di manipolare l’esistenza di uomini e personaggi e poi, ribaltarle ancora una volta, per dimostrare l’assoluta arbitrarietà dell’esistenza e strappare un sorriso; un attore, ingaggiato per fare la parte del “grande capo” dall’uomo che ne ha inventato uno per non avere sulla sua testa l’onere della corona, protagonista di una scrittura da poche ore e poche righe ma in cui leggere “molto di più di quello che c’è effettivamente scritto” mentre, invece, deve leggere solo quello che c’è scritto; un fantomatico scrittore di drammi, il luminare Gambini, “spazzacamino in un paese senza camini”; un gruppo di dipendenti vicini all’esaurimento nervoso, i cui briefing assomigliano a sedute di terapia di gruppo piuttosto che a riunioni aziendali; gli stessi personaggi, a turno, si elevano al rango di regista o di pubblico o di attori: Raun, il responsabile delle risorse umane, dirige l’attore/capo fantoccio per ottenere i suoi scopi grazie ai suoi cavilossimi contratti; Kristoffer, l’attore, spettatore delle riunioni di lavoro, a cui dà contributi suggeriti dal “suo grande capo” e che si infila, per il gusto di improvvisare, in una conversazione ispirata da un’email di cui si ignora il contenuto e che si conclude con una offerta di matrimonio che non aveva alcuna intenzione di fare; impiegate che fingono di interpretare segretarie compiacenti e finiscono compiacendo il grande capo. Sono i personaggi di una enorme commedia dell’assurdo in cui accade tutto ed il contrario di tutto ed in cui anche la forma espressiva aiuta questa gabbia di matti a comunicare qualcosa che va al di là della semplice e pura pazzia dei singoli (pazzia o idiozia? Ricordiamo “Idiots” dello stesso autore): il riferimento è ad Automavision, una tecnica di ripresa che delega al computer la scelta dei diaframmi, delle inquadrature, dei movimenti di macchina e così via. Un vero e proprio regista automatico, scelto da von Trier e che contribuisce allo spiazzamento dello spettatore: inquadrature “sbagliate”, luci assurde, voci fuori campo e montaggio televisivo. Ma, del resto, il pubblico non è in effetti il vero pubblico: sono gli attori stessi a rappresentarlo assistendo a quanto accade di fronte ai loro occhi nel normale orario di lavoro. Così, il regista danese si diverte a giocare a scacchi, muovendo tutti a proprio piacimento e per il proprio divertimento, come un dio dell’Antica Grecia.
E qui scendiamo nell’ultimo girone dell’inferno di von Trier: il sistema economico, con la coscienza così sporca da aver bisogno di un capro espiatorio di pennacchiana memoria per riuscire a sopravvivere alle difficili relazioni aziendali dei nostri giorni; con un capo fantoccio che alla fine, grazie alle procure, diventa il vero boss ed aliena l’azienda e causa la perdita del lavoro dei dipendenti. Sopravvivrà solo il brevetto, oggetto del desiderio e della ricchezza di tutti, alla faccia degli attori, del pubblico e dei dipendenti, a cui non resta che fare le valige. Voi ci avete capito qualcosa? Io forse sì, forse no ma come dice uno dei personaggi prima di sferrare un colpo al volto dell’attore/grandecapo/fandiunregistaalternativocomeGambini/padrepadronedell’aziendagrazieadunaprocura “l’autunno è soffocante, molto soffocante”, e giù botte. Fantastico! Io già inizio a sentire calco...
È quello che esclama Terrence Howard, alias il colonello Rhodes, quando per la prima volta vede “l’uomo di ferro” e, forse non con altrettanta enfasi e con minore trasporto, ma è quello che abbiamo esclamato noi all’anteprima dell’Ironman di Jon Favreau: è veramente un gran film. Non avrei mai pensato che potesse venire fuori qualcosa di buono da quel soggettone che faceva il filo a Monica Geller in “Friends” o che cercava di sposare Cameron Diaz in “Cose molto cattive”. Eppure il suo fumettone Marvel è veramente riuscito.
Merito di un Robert Downey Jr. in grandissima forma, completamente disintossicato, smagliante in un fisico modellato per sostenere gli sforzi fisici richiesti, capace di portare sulle sue nuove muscolose spalle da quasi culturista le circa due ore di voli, duelli e batteglie nell'aria. Spara battute a raffica e, grazie ai dei tempi comici perfetti, riesce a tirare fuori
La storia è nota: il produttore/inventore di armi Tony Stark cade prigioniero di non meglio identificati terroristi orientali che vogliono che ricostruisca in un’oscura grotta la sua ultima mortifera arma di distruzione. Stark, memore del patriottismo del padre, invece di soddisfare le richieste dei suoi carcerieri, costruisce un esoscheletro per fuggire dalla sua prigione. Tornato in patria decide di dire addio alla sua attività di commerciante di morte ma qualcuno si frappone fra lui ed i nuovi obiettivi sociali della sua azienda
Stranamente dalle premesse, Ironman non è un film patriottico – o quasi. Il capitalismo imperiale made in USA è spietato tanto e più dei terroristi simil-mussulmani. Jeff Bridges dà vita ad un cattivo epico, con la sua voce profonda che riesce a dominare la scena anche in presenza di Downey. Forse il suo Stane ricorda nelle fattezze fisiche troppo De Niro/Lucifero in “Ascensore per l’inferno”, mentre Downey/Stark sembra Al Pacino in “Carlito’s way”.
Il giocattolo di Favreau però non tradisce, offre due ore di grande intrattenimento fumettistico, grazie ad effetti stupefacenti, una regia sicura in qualsiasi situazione, dalle atmosfera da commedia fino ai duelli tra gli F-22 e Ironman. Unica nota negativa: Gwyneth Paltrow che gioca a fare la superfica – supersofisticata, cosa che non è mai stata, soprattutto nella prima parte dell’equazione.
Alla fine della giostra, è conclusione naturale esclamare la battuta preferita di Downey/Stark/Ironman mentre si gode i suoi giocattoli di guerra: “Not bad” o un ben più prosaico “I’m Ironman”. Questa estate, lo esclameranno in molti.
(Causa uscita del film in Italia un giorno prima dell'uscita in USA il film è ad altissimo rischio pirateria. Saranno perciò prese imponenti misure di controllo e non sarà possibile entrare in sala con cellulari e/o altre apparecchiature elettroniche che verranno ritirate prima dell'entrata in sala. Grazie per la collaborazione!!!) ...
Per motivi che non possiamo spiegare – in quanto oggetto di una accurata indagine degli ex ispettori dell’ex ministro di grazia e giustizia Clemente Mastella – la redazione del nostro blog è entrata in possesso dell’intercettazione telefonica della conversazione avvenuta circa 3 anni fa tra il regista Sidney Lumet e lo sceneggiatore Kelly Masterson – che non è una donna, si intenda. Se ricordate belle gnocche come Kelly Preston e Kelly McGillis, toglietevele dalla testa, è un uomo, pure uno di quelli secchioni, a cui piace scrivere per il teatro e che è scappato dal seminario per diventare francescano proprio per seguire la musa del palcoscenico. Argomento dell’amichevole chiacchierata al cellulare, la prima sceneggiatura cinematografica scritta da Kelly-non-sono-una-donna-e-nemmeno-una-santa Masterson, che l’autore proponeva al regista di “Serpico”.
Lumet: “Pronto”
Kelly: “Ciao Sidney"
Lumet: “Bella Kelly, sei sempre 'na bella fica?".
Kelly: “Divertente, veramente divertente... Senti, ho una sceneggiatura per te”.
Lumet: “Me cojoni! Te sei stufato de fa’ la fame con l’Ofbrowai? Cerchi de sfonnà ner cinema? Dimme tutto fracicò”.
Kelly: “Sì questi morti di fame non mi meritano. Il problema è che non sono riuscito a scrivere niente di meglio della storia di una rapita finita male. Sai... ho scopiazzato un po’ in giro e una volta tolti tutti gli script con un numero nel titolo, c’erano rimasti giusto Tarantino e pochi altri”.
Lumet: “Ho capito. Me sembra bono. Se ne potrebbe fa’ quarcosa”.
Kelly: “Sai ho pensato che al cinema si bevono un po’ tutto. Se imbottisci il film di flashback un po’ a cazzo di cane, troviamo un bell’attorone dalla grande personalità che fa il fratello cattivo, ed uno invece con la faccia d’angelo ma un po’ deficiente, secondo me il gioco è fatto”.
Lumet: “Sì. Pe' fa' er fratè stupido Ethan Hawke è perfetto. Uno che tradisce Uma Thurman è propio un deficente. La storia me sembra bona, se potrebbe scopiazzà un po’ “Memento” e un po’ propio Tarantino, tanto pe’ nun fasse mancà gnente e prenne quarche applauso a quarche festival in giro per il monno. Però ce vole pure la fica, senza fica nun se va da nisuna parte. C’è un personaggio che potrebbi affidà a Marisa Tomei? Sai... è fori dalle scene da un po’ de tempo ma l’ho rivista una settimana fa ad un aperitivo sul Boulevard, era orgogliosissima delle sue nuove tette. Mi ha detto che vole girà solo film in cui è nuda il 90% delle scene. Per uno script sfigato come er tuo sarebbe perfetta”.
Kelly: “Ma la Tomei non è quella bruttarella di “Mio cugino Vincenzo”?”.
Lumet: “Sì ma fidete, oggi è mejo de 20 anni fa”.
Kelly: “D’accordo. Ti porto la sceneggiatura?”
Lumet: “Noooo, ke ce faccio? Tanto ho capito de che se tratta. Butto qua e là qualche effetto strano, rimbambisco la gente con i flashback... alla fine nun ce capirà un cazzo nessuno e quindi tutti a strappasse li peli dalla testa gridando al capolavoro. Aho, però patti chiari, ce vole un titolo fico. Cosa avevi in mente? “TOTTI ALLE CROCIATE” sarebbe perfetto”.
Kelly: “IO avrei pensato ad “ATREO E TIESTE”.”.
Lumet: “ E ki cazzo so’? Noooo, nun va bene, ce vole quarcosa ad effetto... qualcosa con diavolo dentro e la parola morte...”.
Kelly: “Va bene, ora ci rifletto meglio ma non mi sforzo più tanto. Del resto, poi in Italia il titolo lo cambiano sicuramente e sono anche capaci di rovinarmi il colpo di scena finale”.