mercoledì, 18 novembre 2009

Visioni successive – Silvio è il primo che scappa, la nave la battezza con la protesi

2012Roland Emmerich è il signore dei disastri. Dove c'è lui arrivano gli alieni, la gente sparisce dietro le porte, risorge Godzilla, il clima impazzisce. Come tutti sanno, Roland delle sventure non si è lasciato sfuggire le possibilità offerte dall'approssimarsi della fatidica data della profezia dei Maya.
2012, però, è un guazzabuglio di disastri, alcuni realizzati anche in modo approssimativo, con l'unica scusa di scatenare le forze della natura contro il genere umano. Sia chiaro, io in alcuni momenti ho con piacere fatto il tifo per i terremoti, gli tsunami e le fiamme dell'inferno scatenate contro l'umanità, per veder finire, prima possibile, il film e il genere umano - evvai, piccola nota personale di ottimismo, ispirato dalla varia umanità che affollava la multisala UCI Marconi di Roma di domenica pomeriggio mentre applaudiva impressionata ma entusiasta le gesta di Cusack e si crucciava per la crudele fine di Las Vegas.
Ma il trattamento peggiore Emmerich lo ha dedicato a noi italiani. Mentre, il mondo intero lotta per la sopravvivenza, noi siamo quelli che pregano in Piazza San Pietro mentre arriva l'inevitabile. Non solo, il primo ministro italiano rifiuta di salire sulle arche per restare in veglia con il Papa (con la moglie e la figlia) in attesa della fine. Indubbiamente è il momento più ironico del film, parto di una fantasia anche crudele. Del resto, 2012 manca di altri momenti divertenti, il che lascia intendere che il lato leggero fosse affidato proprio al sarcasmo verso di noi e il nostro premier.
Precedentemente, la lunga introduzione che dovrebbe preparare agli eventi catastrofici è stata abbastanza noiosa e verbosa (io aspettavo solo di vedere San Pietro avvolta dalle fiamme) e neanche Woody Harrelson riesce a darle la leggerezza di cui avrebbe bisogno. Ma a fare pena sono tutti i personaggi, assolutamente monodimensionali, abbozzati, impegnati a dire le proprie frasi di interrogazione o di spiegazione degli eventi che accadono, e a schivare i palazzi che gli cadono in testa. Del protagonista interpretato da John Cusack capiamo che è uno scrittore che ha venduto poco, costretto per campare a fare l’autista di limousine e che ha un gran culo a evitare che le piste di decollo scompaiano sotto il carrello degli aeroplani su cui sale.
Resta in me la profonda delusione per la perdita dei geni della bionda Tamara, avrebbe certamente contribuito a ripopolare la Terra e per l’idea abbastanza esplicita che soli i ricchi e potenti si salveranno, forse qualche scienziato, uno scrittore incapace e un mucchio di cinesi che a mala pena sanno leggere. Evvai, il futuro è iniziato. Forza Maya fateci sognare.
smith*1/2

Male, signor Anderson. Sono deluso, molto.

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mercoledì, 11 novembre 2009

Prima visione – Gli abbracci schifati

abbraccispezzatiMediamente disprezzo il cinema di Almodovar. Lo trovo sopravvalutato, soprattutto politicamente. Secondo me è un discreto scrittore e ha sdoganato un certo mondo e un certo linguaggio ma mediamente ha fatto delle porcate approssimative, realizzate in modo stilisticamente mediocre. Magari uno si eccita a vedere le sue intuizioni, perchè le crede tali così come mediamente ci si eccita a vedere quei film di Woody Allen in cui la telecamera è ferma e gli attori vanno avanti per un po’ e non sembra un ciak perfetto e un altro regista lo avrebbe buttato ma Woody aveva voglia di andare a vedere i Knicks oppure c’era l’happy hour da Elaine’s e il maestro aveva fretta e allora detto “buona”. Però Allen è Allen, Almodovar lo disprezzo, mediamente. Ma non vorrei parlare di questo o iniziare una guerra tra chi ama Almodovar e chi lo disprezza, come me. Vorrei solo sgomberare il campo. Spiegare da che parte sto.
Gli abbracci spezzati mi ha solo fatto schifo. Stilisticamente è la conferma che proprio quella tecnica che evidenziavo all’inizio fa schifo ad Almodovar stesso, magari la disprezza anche, se è vero (come è) che Gli abbracci spezzati finisce con la frase “i film bisogna finirli, anche se alla cieca”. Tra le tante cose che ricordo a casaccio dei film di Almodovar che sono stato costretto a vedere – magari per far finta con una donna di essere effettivamente un tipo sensibile – è proprio questo procedere a tentoni, come se un’inquadratura o una sequenza particolarmente riuscita lo fosse a caso (o a cazzo tanto per usare il linguaggio tecnico), per un elemento fortuito entrato nella vita del regista, che ne so, dover correre dallo zozzone alla Plaza Major perchè finiva l’ultimo bocadillo. Tutto ne Gli abbracci spezzati è un eco di cinema nel cinema di autocitazione e citazione nella citazione ma soprattutto è un film che ricerca un’eleganza formale che fa a pugni con tutto quello che Almodovar ha fatto, almeno agli inizi. È un film “preciso”, quasi ordinato sebbene la storia, in modo privo di talento, proceda suon di flash forward e flashback come fosse una puntata di Lost.
Però mediamente il film fa schifo: parte come una commedia, si trasforma in un thriller e chiude con questa necessità di autoassoluzione con un film nel film che altro se non è se “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”.
Bravo Pedro, sei passato da essere uno che disprezzo a uno che mediamente mi fa schifo. Forse stai uscendo dalla categoria di persone che vorrei investire, qualora le incrociassi in automobile.
 
2**
Ragazzi, state commettendo un grosso sbaglio.
 
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martedì, 10 novembre 2009

Intercettazioni telefoniche – Le tette di Penelope Cruz

abbraccispezzati
Pedro Almodovar: Hola chica como estas?
Penelope Cruz: Hoy Pedro mi corazon... espera Pedro, tesoro mi... - (allontanando la cornetta) aoooo come ve lo devo dì che la Venere di Milo la dovete mette sotto 'a scala... che stronzi che siete, nun se trova più la manovalanza di una volta - como te butta Pedro?
 
PA: belisima, sei sempre dolcissima, ho un copione per te.
PC: oohh mi corazon, mi amor, mi mentore, miiii (allontanando la cornetta) – mignottariiiiiiii ma che state a fa? Lasciate dov'è il cazzo de plastica di Tom, è l'unica cosa che m’è spettata dopo la separazione.
 
PA: amada mia que te pasa?
PC: maestro sto haciendo un trasloco, soy muy cansada... (allontanando la cornetta) - se dice così in spagnolo “stanca”? Antonio, come cazzo se dice “stanca” in spagnolo? sta cazzo de lingua sembra l'italiano di due secoli fa.
 
PA: tesoro voglia tutta la tua attenzione. Ho un copione!
PC: ohhhhh ma che notizia, ahhhhh che emozione, ehhhhh ma bisogna far festa, sto godendo, chiamo subito i miei amici americani e facciamo bisboccia tutta la notte. Dimmi maestro che storia hai creato?
 
PA: uhm, mah, burp, boh, in effetti la storia ancora non ce l'ho.
PC: maestro ma che vena di avanguardia pura! Stai forse pensando a un racconto a strappi temporali come Kaufman?
 
PA: uhm, mah, burp, boh, in effetti credo che la storia, se la trovo sarà abbastanza lineare, ma anche no
PC: interessante maestro, hai un soggetto almeno? (allontanando la cornetta) – asstronziiii!!! fate attenzione con quella, è uno strap-on-dildo montato su una sedia a rotelle firmata Cerruti con motore Ferrari, robba fina mica no.
 
PA: uhm, mah, burp, boh, in effetti non ho un soggetto ma so che mi piacerebbe fare un thriller, che sembra un horror, poi sterza sulla commedia e finisce come un pezzo di cinema nel cinema, ma non esattamente in quest'ordine.
PC: maestro ma è surrealismo puro! Hai delineato i personaggi, quindi, per farli muovere in questo universo?
 
PA: uhm, mah, burp, boh, in effetti non ho i personaggi, cioè, al momento ho solo una battuta, in inglese, l'ho pensata per te. Più o meno fa tipo: “c'è lavoro disponibile anche part time come guida turistica?”. Ecco l'ho detta, sono stato sveglio tutta la notte per pensarla, poi certo va tradotta, in inglese, ecco perchè l'ho pensata per te.
PC: per me? Ma che onore, i miei amici di orgia che saranno lusingati (allontanando la cornetta) - Ao, sottospecie di agente, come appendo chiama ‘sto frocione e dije che che nun recito se non c'è almeno una scena in cui faccio vedere le mie tette, sia chiaro! Tengo il ghiaccio sopra i capezzoli 4 ore al giorno per tenerle così sode e toniche.
 
PA: giusto la scena a tette di fuori. Ci sarà Penelope, contaci, però mi raccomando tu cura il tuo inglese.
PC: eccerto Pedro ma pe' chi mai preso? E che so stata due anni a slogarmi il polso agitando il coso flaccido di Tom Cruise per scordamme l'inglese? Da Hollywood nun me sposta più nessuno. A proposito il mio personaggio potrebbe fare l'escort, me l'hanno proposto proprio ieri due ministri italiani – de fa l'escort mica de interpretà un personaggio da puttana.
 
Clic
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lunedì, 09 novembre 2009

Visioni successive – Hitler Jugend

il nastrobiancoLa perfezione formale con cui Haneke ha composto Il nastro bianco (Das Weiße Band) è parte integrante del teorema che vuole dimostrare. La scenografia perfetta, i dialoghi bilanciati, ogni attore perfettamente in ruolo, perfino il rumore del legno che rimanda ricordi teatrali, quasi di un palco su cui salgono i personaggi rendendoli meravigliosamente reali, tutto contribuisce a creare una coscienza metallica e spietata dentro un film in cui il nostro occhio è freddamente coinvolto in un meccanismo che è ineludibile come la Storia.
Il nastro bianco rappresenta la purezza come puro è lo stile che Haneke compone.
In un oscuro e innominato villaggio tedesco una serie di incidenti sconvolgono la tranquillità del succedersi delle stagioni. Come l'autunno segue all'estate, ad ogni atto seguono progressive discese negli inferi dell'Uomo e della famiglia. Inutile girarci intorno, Haneke vuole infilare il suo occhio dentro le premesse che consentirono la nascita del nazismo: una struttura sociale autoritaria, la famiglia rigidamente patriarcale, il sesso vissuto come impudico tabù da nascondere, da soffocare senza però riuscire a sopprimere l'istinto. In questo ambiente sociale e affettivo soffocante, i giovani sono la chiave per comprendere il presente e avere paura del futuro. Questi tedeschi a cavallo tra il 1913 e il 1914 vivono come i mormoni, completamente scollegati dal mondo, isolati; l'autorità politica e sociale è il barone, quella religiosa il parroco di zona. Quando dalla città arriva il potere, è rappresentato da odiosi sbirri. L'assassinio di Francesco Giuseppe e la guerra imminente saranno la scintilla che farà deflagrare tutta Europa. Le conseguenze scateneranno gli eventi che libereranno nel tessuto connettivo della Nazione il virus che si nascondeva nelle sue viscere. Dà da riflettere se fu proprio la libertà politica post Prima guerra mondiale a liberare quelle energie negative. Resta da capire il senso ultimo degli avvenimenti che Haneke ci mostra: i fanciulli sono semplicemente cattivi? o perseguono un piano? inseguono la purezza? Cercano di liberarsi del dottore incestuoso, dell'handicappato imperfetto, del figlio del barone che causa l'invidia del gruppo, del fratello indesiderato che rompe l'equilibrio famigliare? A noi resta l’incapacità di comprendere quell’orrore fino in fondo, come ai coevi fu impossibile individuarlo e fermarlo. In ciò, il confrontro tra parroco e maestro è edificante e allarmante.
Forse, chissà, ma resta l'inquietudine che suscita vedere quei ragazzi muoversi tutti insieme, come uno stormo di uccelli o di oche, a cui manca solo il passo.
 
5 buono*****
A volte c'è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla...
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venerdì, 06 novembre 2009

[Trailer park] 4 dicembre 2009

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categoria: moon, sam rockwell


giovedì, 05 novembre 2009

Prima visione – This place is perfect for us/ I really fucking hope so

away we goSam Mendes è molto interessato alla famiglia. A oggi, quattro dei suoi cinque film “so far” sono incentrati sulla sua crisi. Di American Beauty si sa tutto; Era mio padre, come suggerisce il titolo, guarda al cuore del rapporto tra un padre e un figlio; Revolutionary Road, forse, è ancora più devastante di American Beauty, entra dritto dritto nella crisi borghese americana e la fine dei sogni. 
Away we go, l’ultima fatica in ordine di tempo del regista inglese, è un film sulle bugie, le ipocrisie e le illusioni che ci e vi raccontiamo circa la famiglia ma anche sull’ostinata persistenza di un bisogno affettivo ed emotivo circa la famiglia, dopo che, nel nostro tempo, gli hippy hanno detto o fatto di tutto e di più, tutto lo squallore è stato immaginato e ripreso, tutto il dolore è stato provocato ed espiato.
Burt e Verona si amano e sono una coppia normalmente anticonformista. Mentre Burt sta praticando del sesso orale alla sua compagna si accorge che ha un sapore diverso, segno che potrebbe essere incinta. Salto temporale e ritroviamo lei con un pancione enorme e lui completamente preso dal futuro mestiere del padre. Poi accade ancora qualcosa: vanno a trovare i genitori di Burt i quali comunicano la decisione di andare a vivere per due anni ad Amsterdam, esattamente un mese prima la nascita del bambino. Ciò impone a Verona e Burt un ripensamento del centro di gravità della nuova famiglia. Così intraprendono un viaggio per trovare un luogo dove crescere il figlio. Vanno a trovare amici, cugini, fratelli e sorelle, salgono e scendono da aerei, treni e automobili. Si confrontano con tanti modi di crescere i figli, con le ipocrisie che tengono insieme coppie ormai esaurite, con i piccoli indicibili segreti che si nascondono dietro esistenze apparentemente serene. In tutta la follia che incontrano in giro per gli Stati Uniti, passando da Tucson a Madison, da Montreal a Miami, Burt e Verona comprendono che forse non sanno cosa accadrà quando conosceranno il loro bambino ma scoprono cosa non faranno mai. Poi una sera, nell’ultima tappa del loro lungo viaggio in cerca di una casa, si scambiano delle tenere quanto personalissime e anticonvenzionali promesse di matrimonio, sdraiati su un tappeto elastico nel cortile del fratello di Burt. Alla fine di tanto peregrinare, per tutti c’è un posto da chiamare cosa anche per chi non è abbastanza strano o bizzarro o problematico; c’è ancora posto per scambiarsi delle sgangherate promesse per stare insieme, senza tirare in mezzo dio, presti e abiti bianchi, in un mondo che sembra impazzito mentre cerca di restare unito.
Annotazione: Away we go è un piccolo film (ma non un film piccolo, sia chiaro) e forse non del tutto o non completamente originale e, meglio, l’argomento poi non è certo di primo pelo, ma adoro Sam Mendes e proprio mentre riflettevo, riguardo ad altri film e altri registi, che spesso in giro l’adorazione per il personaggio impedisce di guardare la sostanza dell’opera in sé, cosicché si giudica accecati dall’amore per Spike o Quentin piuttosto che sgombri da preconcetti, forse io stesso ci sono caduto, ma forse, in effetti, chi se ne frega.
Penultima annotazione, i protagonisti: John Krasinski (Burt) è volto e voce televisiva molto celebre per aver partecipato ad episodi di Law&Order, American Dad e soprattutto The Office; ha collaborato con Mendes anche in Jarhead; al cinema lo abbiamo visto (e sentito) anche in Dreamgirls, Shrek terzo, Mostri contro alieni, In amore niente regole. Anche Maya Rudolph (Verona) è principalmente un volto (e una voce) televisiva, per le sue partecipazioni al Saturday night live e in un episodio dei Simpson; l’abbiamo vista (ma dimenticata prestissimo) in Duplex.
Ultima considerazione: alla sceneggiatura ha lavorato la coppia di scrittori americani Dave Eggers (autore di L’opera struggente di un formidabile genio e Conoscerete la vostra velocità) e Vendela Vida. I due sono marito e moglie. Per il momento.
 
4 buono****
la vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare
 
 
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categoria: sam mendes, away we go


martedì, 03 novembre 2009

Visioni successive - Non sempre la felicità è un modo per essere felici

paesecreatureselvaggeNon è un paese per bambini Il paese delle creature selvagge. Allo stesso tempo non è un luogo per adulti. È il tempo e il luogo di Max, il protagonista. Per ampi tratti ci si annoia. Perchè per entrare, dobbiamo passare per una porticina-ina-ina, chinarci, toglierci le scarpe e spogliarci della nostra razionalità. Si fa fatica a seguire i giochi tra mostri. Si fa fatica a spogliarsi della razionalità. Si fa fatica perchè per l'intera durata del film siamo completamente nella mani, ma soprattutto nella mente di Max. Forse ci si sta stretti con tutti quei chilometri di nozioni apprese, i quintali di libri letti, e tutti gli strati di stress, di umanità perduta e di sogni giocati a sorte che abbiamo perduto crescendo.
Forse è per questo che sono uscito incazzato dal cinema: Jonze mi ha scavato dentro e mi ha graffiato. Perchè per cercare di entrare da quella porta ho strappato la mia giacca e nel tentativo, vano ahimé, di farmi piccolo piccolo ed entrare attraverso quel buco mi è anche venuto mal di schiena.
Ma ci sto provando a guardare quel mondo malgrado gli anni, sto cercando di entrare in quella terra brulla, in quel particolare stato di grazia che ha la luce del crepuscolo e i contorni del sogno.
Sì, forse Il paese delle creature selvagge è noioso, perchè è un luogo personale ma allo stesso tempo impersonale, dove un bambino ci prende per mano, ci sorride e racconta una storia, è lui il protagonista e immedesimarsi è difficile. Però sono pronto a fare a cambio con quei pupazzoni e quegli scatti di immaginazione rubati agli Dei del cinema, ogni giorno della mia vita e ridare indietro tutte le immagini e la conoscenza veramente inutile. A volte il cervello ha bisogno di rifiatare. Grazie Spike di avermi ricordato che non sempre la felicità è un modo per essere felici. Non sempre un film è quello che crediamo o che vorremmo.
 
5 buono*****
A volte c'è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla...
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categoria: spike jonze


lunedì, 02 novembre 2009

Visioni successive – Su

upUp della Pixar ha le stigmate del grande classico. Appare subito chiaro, fin da quando la faccia di Carl appare sullo schermo e ci ricorda Spencer Tracy. Da quel preciso istante è come se si tornasse 60 ma anche 70 anni indietro. Con una bella storia che affronta un argomento a suo modo anche scomodo per un film che, almeno di principio, dovrebbe essere rivolto ai bambini: la solitudine degli anziani. Gli elementi per emozionare ci sono tutti e dopo i primi 5 minuti, potrebbe già essere bello che finito: la sequenza che riassume la vota insieme di Carl ed Ellie ti strappa il cuore per quanto è commuovente.
Iniziato così, Up continua come un film muto: sono le immagini a creare le emozioni, mai i dialoghi; anzi, l'elemento della commedia è quasi lasciato in disparte per far parlare il simbolo e giocare su innumerevoli situazioni “fisiche” che accendono la risata, o la lacrima, continuando un percorso artistico già chiaro in Wall -E. Basti pensare al personaggio di Kevin, che scatena ilarità con il suo urlo, come il bip bip di Bip Bip, oppure si fa struggente, quanto è un metodo per comunicare a distanza con i suoi piccoli. Anche la migliore di tutte le trovate, i cani parlanti, gioca su questo elemento: l'ilarità è suscitata da chi la parola non ce l'ha mai, il cane. Non è il classico animale dei film Disney. Qui l'essere vivente è completamente antropomorfizzato ed il contrasto con la sua “natura” canina spiazza. Si gioca per estremi, come la voce bianca del cane Alfa.
Oppure la casa, l'elemento simbolico principe di tutta la pellicola, che è nido all'inizio, si trasforma in un elemento chagalliano nel mentre ma poi diventa la zavorra che impedisce a Carl di vivere in pieno la propria esistenza. Perchè ha travalicato il significato stesso del suo simbolismo, e si è incancrenito, lasciando un’immagine sbiadita di quel che è stato.
È un film che sta dalla parte dei deboli, che ritorna in pieno all’essenza del cartone animato e della favola, in cui i valori non sono mai un comodo escamotage per strappare consenso al pubblico ma sono sentiti e proiettati sullo schermo. E forse è il film più rivolto alla politica interna della Disney - Pixar, dopo l’acquisto-fusione, quasi una conferma, come se ce ne fosse bisogno, che l’antica fiamma ha trovato dei degni tedofori, dopo il declino degli ultimi anni e che anche un ultra ottantenne può ricominciare una vita piena e soddisfacente se incontra qualcuno con cui condividerla. Ogni riferimento a cose, persone o case di produzione è puramente casuale e confermiamo che nessun animale è stato ferito o maltrattato durante la stesura di questo post.
 
5 buono*****
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categoria: pixar, up


venerdì, 30 ottobre 2009

Prima visione - suonare ti tocca per tutta la vita

concertoFrancamente, non ho tanta voglia di perdermi in eccessive spiegazioni sul perchè “Le concert” sia un grandissimo film. Perchè se c’è qualcosa che ti colpisce al cuore spesso è poesia, e c’è veramente poco da spiegare a parole, soprattutto se sono indegne come le mie.
Basti sapere che Mihaileanu (quello di Train de vie, ricordiamolo) riesce a far ridere e, due scene dopo, farvi piangere; che i suoi personaggi saltano letteralmente fuori dallo schermo tanto sono vivi e vegeti.
Le concert è pieno di temi: la musica che unisce e comprende le razze, la musica che spiega e salva la vita, il dramma degli ebrei durante il comunismo, la crisi delle nostre società contemporanee tra il capitalismo rapace figlio del malaffare della Russia e quello effimero dell'Occidente opulento.
Per sopravvivere in questo caos i personaggi di Mihaileanu, geniali e incompresi, sono costretti ai lavori più umili mentre sotto la cenere arde il fuoco della passione per la musica. Per sopravvivere, l’inganno diventa la seconda pelle degli esseri umani, dalle comparsi ai comizi dei post comunisti, al dipendente che anticipa le spese delle istituzioni, fino alla grande trovata di Filipov e compagni che si sostituiscono al vero Bolshoj.
Ultima citazione per Mélanie Laurent, di una bellezza inquietante. Se la vostra passione è il cinema (o Mélanie Laurent) forse è il caso di assistere a questo Le concert.
 
5 buono*****
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categoria: il concerto, mihaileanu, mélanie laurent


lunedì, 26 ottobre 2009

Visioni successive – Dottor Parnassus (ovvero come imparai ad amare le poppe di Lily Cole)

parnassusInutile negare che la curiosità circa l'ultima fatica dell'ex Monty Python Terry Gilliam – nonché autore di film che qui amiamo molto come “Le avventure del Barone di Munchausen”, “La leggenda del re pescatore” e “L'esercito delle 12 scimmie” - risieda nell'essere l'ultima interpretazione – purtroppo incompleta – di Heath Ledger. Non si tratta certo di lanciare accuse di “marketing della morte”: è naturale che la tragica scomparsa dell’attore abbia acceso l’interesse intorno al suo ultimo ruolo e le soluzioni che lo stesso Gilliam ha trovato per sopperire alla perdita del suo protagonista. Da questo punto di vista la sfida sembra essere stata vinta. La trovata della sceneggiatura di sfruttare la magia dell'Imaginarium di Parnassus per trasfigurare i visi di chi vi entra, consente senza intoppi di sostituire Ledger con gli amici Depp, Law e Farrell.
Per quel che riguarda il contributo stesso di Ledger, alcune cose sono chiare. Quello di Tony non è certamente un personaggio per uno splendido solista come era Heath, quanto dell'onesto gregario in un ensemble ben diretto. Non sarebbe giusto giudicare una carriera da questa esperienza. Però dispiace constatare che il destino baro e ingiusto ci ha privato di un attore estremamente polivalente: dal solitario Ennis Del Mare passando per lo Joker psicopatico e fino a questo speculatore spietato, Ledger ha regalato tanti registri interpretativi diversi. Francamente mi spezza il cuore non poterlo ammirare nelle scelte che avrebbe fatto in futuro, tanto quanto averlo perso nel delirio finale quando disperatamente cerca di salvarsi dai trucchi di Parnassus.
Restando in tema di interpretazioni, da non sottovalutare quella intensa e da lasciare senza fiato delle poppe di Lily Cole, l’effetto speciale più stupefacente della pellicola e del quale, francamente, avremmo voluto vedere di più, più a lungo e in più posizioni. Ahhh, ho bisogno di un kleenex.
Detto questo, del film resta da dire che al vostro affezionatissimo è sembrato più un esercizio di stile, un magnifico esercizio di stile, l’ennesima occasione per Gilliam di sfogare la sua inarrestabile fantasia, in viaggi, emozioni e pulsioni che ha dimostrato di avere in sé da decenni. Non è un caso che spesso i suoi film abbiamo problemi di produzione, come dimostra questo stesso Parnassus, o le controversie di Munchausen o le difficoltà di completare la sua opera sul Don Chiscotte (testimoniato in “Lost in La Mancha”): Gilliam vive da Parnassus da parecchio tempo, ormai, cercando di entrare nel proprio personale Imaginarium ogni volta che recupera i fondi per il prossimo film: tutti stupendi virtuosismi che si perdono un po' tra le rime della sua trama, una poesia bellissima ma spesso fine a se stessa.

3 buono***

È stata la cosa più divertente che ho fatto senza ridere

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