Roland Emmerich è il signore dei disastri. Dove c'è lui arrivano gli alieni, la gente sparisce dietro le porte, risorge Godzilla, il clima impazzisce. Come tutti sanno, Roland delle sventure non si è lasciato sfuggire le possibilità offerte dall'approssimarsi della fatidica data della profezia dei Maya.
*1/2Male, signor Anderson. Sono deluso, molto.
Mediamente disprezzo il cinema di Almodovar. Lo trovo sopravvalutato, soprattutto politicamente. Secondo me è un discreto scrittore e ha sdoganato un certo mondo e un certo linguaggio ma mediamente ha fatto delle porcate approssimative, realizzate in modo stilisticamente mediocre. Magari uno si eccita a vedere le sue intuizioni, perchè le crede tali così come mediamente ci si eccita a vedere quei film di Woody Allen in cui la telecamera è ferma e gli attori vanno avanti per un po’ e non sembra un ciak perfetto e un altro regista lo avrebbe buttato ma Woody aveva voglia di andare a vedere i Knicks oppure c’era l’happy hour da Elaine’s e il maestro aveva fretta e allora detto “buona”. Però Allen è Allen, Almodovar lo disprezzo, mediamente. Ma non vorrei parlare di questo o iniziare una guerra tra chi ama Almodovar e chi lo disprezza, come me. Vorrei solo sgomberare il campo. Spiegare da che parte sto.
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La perfezione formale con cui Haneke ha composto Il nastro bianco (Das Weiße Band) è parte integrante del teorema che vuole dimostrare. La scenografia perfetta, i dialoghi bilanciati, ogni attore perfettamente in ruolo, perfino il rumore del legno che rimanda ricordi teatrali, quasi di un palco su cui salgono i personaggi rendendoli meravigliosamente reali, tutto contribuisce a creare una coscienza metallica e spietata dentro un film in cui il nostro occhio è freddamente coinvolto in un meccanismo che è ineludibile come la Storia.
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Sam Mendes è molto interessato alla famiglia. A oggi, quattro dei suoi cinque film “so far” sono incentrati sulla sua crisi. Di American Beauty si sa tutto; Era mio padre, come suggerisce il titolo, guarda al cuore del rapporto tra un padre e un figlio; Revolutionary Road, forse, è ancora più devastante di American Beauty, entra dritto dritto nella crisi borghese americana e la fine dei sogni.
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Non è un paese per bambini Il paese delle creature selvagge. Allo stesso tempo non è un luogo per adulti. È il tempo e il luogo di Max, il protagonista. Per ampi tratti ci si annoia. Perchè per entrare, dobbiamo passare per una porticina-ina-ina, chinarci, toglierci le scarpe e spogliarci della nostra razionalità. Si fa fatica a seguire i giochi tra mostri. Si fa fatica a spogliarsi della razionalità. Si fa fatica perchè per l'intera durata del film siamo completamente nella mani, ma soprattutto nella mente di Max. Forse ci si sta stretti con tutti quei chilometri di nozioni apprese, i quintali di libri letti, e tutti gli strati di stress, di umanità perduta e di sogni giocati a sorte che abbiamo perduto crescendo.
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Up della Pixar ha le stigmate del grande classico. Appare subito chiaro, fin da quando la faccia di Carl appare sullo schermo e ci ricorda Spencer Tracy. Da quel preciso istante è come se si tornasse 60 ma anche 70 anni indietro. Con una bella storia che affronta un argomento a suo modo anche scomodo per un film che, almeno di principio, dovrebbe essere rivolto ai bambini: la solitudine degli anziani. Gli elementi per emozionare ci sono tutti e dopo i primi 5 minuti, potrebbe già essere bello che finito: la sequenza che riassume la vota insieme di Carl ed Ellie ti strappa il cuore per quanto è commuovente.
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Francamente, non ho tanta voglia di perdermi in eccessive spiegazioni sul perchè “Le concert” sia un grandissimo film. Perchè se c’è qualcosa che ti colpisce al cuore spesso è poesia, e c’è veramente poco da spiegare a parole, soprattutto se sono indegne come le mie.
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Inutile negare che la curiosità circa l'ultima fatica dell'ex Monty Python Terry Gilliam – nonché autore di film che qui amiamo molto come “Le avventure del Barone di Munchausen”, “La leggenda del re pescatore” e “L'esercito delle 12 scimmie” - risieda nell'essere l'ultima interpretazione – purtroppo incompleta – di Heath Ledger. Non si tratta certo di lanciare accuse di “marketing della morte”: è naturale che la tragica scomparsa dell’attore abbia acceso l’interesse intorno al suo ultimo ruolo e le soluzioni che lo stesso Gilliam ha trovato per sopperire alla perdita del suo protagonista. Da questo punto di vista la sfida sembra essere stata vinta. La trovata della sceneggiatura di sfruttare la magia dell'Imaginarium di Parnassus per trasfigurare i visi di chi vi entra, consente senza intoppi di sostituire Ledger con gli amici Depp, Law e Farrell.
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È stata la cosa più divertente che ho fatto senza ridere